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La forma è sostanza

21 Settembre 2021

L’esordio del pezzo che mi accingo a scrivere necessita di una lunga digressione che non deve sviare chi legge - io non voglio sviare nessuno, a differenza di altri - dal tema di fondo su cui intendo focalizzare la mia attenzione: al giorno d’oggi, per qualsiasi tipo d’azienda - società calcistiche comprese -, la comunicazione, cosa si dice al mondo esterno e il modo in cui lo si fa, è tanto importante quanto poi le azioni che vengono effettivamente messe in pratica. 

Per specificare meglio questo punto, faccio un passo indietro e torno al 2019. Al tempo, agli errori evidenti che la dirigenza stava compiendo in ambito strettamente tecnico-sportivo, e che sono causa concomitante della situazione di difficoltà nella quale ci si trova oggigiorno, hanno iniziato ad assommarsi una serie lunghissima di strafalcioni, contraddizioni e gaffe comunicative che perlopiù hanno coinvolto in prima persona il presidente Agnelli: dalle parole di riconferma di Allegri dopo l’umiliazione con l’Ajax all’assenza davanti alle telecamere durante la presentazione di Sarri, dalla conferenza stampa in pompa magna per l’annuncio di Pirlo come allenatore dell’Under 23 alla sua successiva nomina come mister della Prima squadra, dalla fuga in periodo Covid con Allegri a Forte dei Marmi al tragicomico naufragio del progetto della Superlega. Un elenco di errori comunicativi destinato ad aumentare nei prossimi anni e che, inevitabilmente, ha finito per compromettere l’immagine di purezza e di perfezione che la Juventus si era largamente costruita in questo decennio di dominio totale in Italia.

Certo, mi si potrà dire, “vincere è l’unica cosa che conta, perciò ad avere importanza sono solo i risultati che si mettono in saccoccia e i trofei che si conquistano, il resto è aria fritta, è fuffa”. 

Ma non è così: se è vero che le questioni di campo, lasciando un segno indelebile nelle menti dei tifosi, hanno certamente la precedenza rispetto agli aspetti formali, è altrettanto vero che nel 2021 l’immagine di una società vive anche dei comportamenti tenuti fuori dal rettangolo di gioco, da ciò che viene riportato sui social, dall’identità che si crea attraverso le parole e le dichiarazioni pubbliche che rilasciano i suoi componenti principali. 

La forma, cioè, è sostanza: e in questo la Juventus ci fa indubbiamente una pessima figura.

Ha poco senso soffermarsi ulteriormente sulla svilente tristezza dell’endorsement di Agnelli nei confronti della teoria allegriana del corto muso: la ristrettezza di vedute di una portata di tal genere smonta una volta di più l’aura da visionario che avvolge il presidente juventino e che lo erge a uomo catapultato al futuro, e annichilisce sotto il peso dei suoi dogmi ultra-superati il motto del LiveAhead di cui tanto ci si riempie la bocca. 

Diviene superfluo - ne ho già parlato nel pezzo della settimana scorsa -, poi, indugiare sulla plateale contraddittorietà emersa dal confronto tra l’esaltante manifesto programmatico sciorinato da Cherubini nell’intervista a Tuttosport e le successive considerazioni di Allegri su quello che, a suo modo di vedere, è il corretto percorso di inserimento dei giovani in Prima squadra. 

Significativa, al contrario, può risultare l’analisi delle dichiarazioni del mister prima e dopo la gara di domenica contro il Milan. Nella conferenza di sabato 18 settembre sono due le frasi di Allegri che hanno fatto storcere più di qualche naso. 

La prima riguarda l’utilizzo di De Ligt, la cui assenza dal big match contro il Napoli aveva già fatto a suo modo scalpore. Così Allegri: 

“De Ligt ha 22 anni, è un giocatore molto bravo. Ma tutte le cose nel calcio quando le vivi con un entusiasmo che ti travolge perdi di lucidità. Quando è arrivato alla Juventus si è parlato di lui come di futuro Pallone d'Oro. Ma ci vuole calma, è arrivato alla Juventus e la maglia della Juventus pesa. Ha qualità importanti ma deve migliorare, Chiellini a 20 anni era come De Ligt, forse peggio... Poi a 27-28 anni è diventato un calciatore serio. C'è un percorso normale, per tutti, per i giocatori come per gli allenatori. Nessuno nasce imparato. Poi ci sono le eccezioni, ma ce n'è una, la normalità è un'altra".

Ora, tralasciamo il paragone improprio con Chiellini e il riferimento alle “eccezioni”, termine che nel suo vocabolario ha sempre assunto delle sfumature discutibili, considerando quello che, secondo la sua visione di calcio, era il baby fenomeno del Milan nel 2013. Ma perché Allegri continua a riproporre questo insopportabile e retrogrado dualismo tra i vecchi d’esperienza che dirigono le danze e i giovani immaturi che devono mettersi al prato ad imparare? Perché vuole rimanere ancorato a degli schemi mentali - che poi, voglio dire, è lui il primo ad odiarli - che al giorno d’oggi hanno dimostrato di non possedere più effettività? A prescindere dai risultati che conseguirà, fa quantomeno sorridere vedere che c’è ancora qualche tifoso che considera Allegri un Vate, un abile comunicatore in grado di stupire la platea con delle risposte ad effetto. Anzi, a maggior ragione ora che la classifica non gli viene in soccorso, le sue considerazioni appaiono ridicole, se non deleterie.

Mi si può dire: “beh, con Chiellini e Bonucci freschi campioni d’Europa la fase difensiva è comunque in buone mani; oltretutto un po’ di turnover, in un periodo in cui si gioca ogni tre giorni, non ha mai fatto del male a nessuno”. Obiezioni che di primo acchito possono apparire sensate, ma che non colgono l’orizzonte complessivo in cui la società si è immersa a partire dalla dipartita di Ronaldo: un processo di totale ricostruzione tecnico-tattica. Se si vuole rifondare una rosa, bisogna gettare lo sguardo oltre il presente e provare ad immaginare, già da oggi, la Juventus del futuro: se nei primi due big match della stagione l’allenatore sceglie volontariamente di preferire i due veterani a fine carriera ad un giovane talento (già affermato peraltro, alla sua terza stagione in bianconero) che messaggio s’intende lanciare? Che basi si intendono ricostruire? Sono anni che, di facciata, la dirigenza finge di pensare ad un dopo BBBC, quando in realtà sono sempre i giovani emergenti a pagare dazio nella finestra di mercato: Demiral e Romero, per ultimi, sacrificati per non avere avuto il coraggio di spodestare coloro che già da anni, vuoi per guai fisici vuoi per inevitabili cali di rendimento dovuti all’età, non sono più sinonimo di vittoria garantita.

Con queste uscite in conferenza stampa da allenatore reazionario anni ’70, Allegri sembra voler dare appositamente a De Ligt (e non solo a lui) ulteriori motivazioni per cambiare aria, come se già il triste ambiente Juventus degli ultimi anni non fosse sufficiente a far sentire a disagio e senza stimoli chiunque lo abbia scelto come tappa per crescere e imparare. 

Un’altra frase della conferenza stampa che ho trovato tristemente significativa è: “La Juve non deve giocare per vincere le partite, deve giocare per vincere i campionati”. Per quanto criptica e non sense possa apparire, risulta difficile trovare un senso differente da quel che tutti noi immaginiamo. Qui, cioè, Allegri ha voluto sciorinare l’ennesimo triste mantra da mister italiano anni ‘70: ciò che conta non è come vinci una gara (puoi farlo attraverso il catenaccio, la sofferenza e il corto muso, o, se tutto va bene, anche proponendo un gioco decente), ma soltanto il risultato finale, il trofeo da mettere in bacheca. 

Se è vero che la comunicazione è il fulcro del marketing, e se è vero che ogni mercato è indirizzato ad un target ben predefinito, allora questo di Allegri è un messaggio perfetto: il DNA della Juventus le impone di vincere a tutti i costi e nessuna importanza ha, per i tifosi e per la dirigenza, il processo di crescita che vede coinvolti i suoi calciatori.

Ma - obiezione numero uno - per un risultatista come Allegri, il bottino pieno dovrebbe essere portato a casa ad ogni partita, a prescindere dagli uomini a disposizione, dalle sedute di tattica collettiva, dalle decisioni arbitrali, dagli episodi a sfavore, dal processo di sviluppo o meno dei giovani che vengono inseriti in campo. 

E soprattutto - obiezione numero due -, è davvero questo l’orizzonte di pensiero all’interno del quale si muove la società? È per questa visione riduzionistica del calcio che il Presidente ha deciso di affidare ad Allegri una rosa di giovani elementi da svezzare? 

Conosciamo la risposta a queste domande e sappiamo altrettanto bene che è lecito - se non doveroso - nutrire dei seri dubbi sulle capacità del mister di portare a termine con successo una sfida di questa portata. Anche perché le sue dichiarazioni sull’acerbità di De Ligt sono, ancora una volta, in totale anacronismo con la progettualità di una società che punta a ricostruire delle stabili fondamenta in vista di successi futuri. 

Passiamo alla gara. Primo tempo: squadra fresca, dinamica, concentrata. 

Morata che appare nel mood delle sue vecchie serate di Champions, probabilmente galvanizzato dal gol in apertura: tecnicamente pulito, essenziale in fase di pressing e di protezione palla, cinico nell’occasione del vantaggio in contropiede e indispensabile nei suoi movimenti di attacco alla profondità.

Dybala che spazia lungo tutto il fronte offensivo, cucendo il gioco tra i reparti e deliziando la platea con giocate di classe cristallina. Potente nelle gambe, è prezioso in coperture difensive basse, anche ben al di sotto della linea di metà campo. Fin troppo emotivamente dentro il match, viste le scintille con Tonali, pecca di scarsa incisività e non riesce mai a trovare il pertugio o la posizione per arrivare al tiro in porta - eccetto che in un’occasione, di destro -, ma sui motivi di tale difficoltà bisognerebbe discutere.

Locatelli è lucido nel gestire palla con personalità, ma colpevole nella disattenzione che ci costa il pareggio, mentre Bentancur, nella sua irruenza e scarsa lucidità, dimostra di poter essere utile quando lo si sfrutta per le sue caratteristiche da interditore: certo, è del tutto incapace di eseguire correttamente l’ultimo passaggio - a volte persino l’appoggio più semplice -, ma su questo, bisogna ammetterlo, si può lavorare fino ad un certo punto.

Chiellini e Bonucci sono parsi solidi, quest’ultimo con dei raptus offensivi sulla fascia destra, Alex Sandro mostra degli sprazzi di condizione oramai dimenticata e Cuadrado, nonostante diversi errori di superficialità, costituisce una spina nel fianco per la difesa avversaria, con i suoi accentramenti con e senza palla al piede, assumendo il ruolo di esterno alto o di mezzala a seconda del posizionamento e della necessità della squadra. 

Unica nota stonata del primo tempo è Rabiot, che - non smetterò mai di ripeterlo - può possedere tutte le potenzialità qualitative di questo mondo ma che poi, alla fine dei conti, sfoggia sempre lo stesso tipo di prestazione: un centrocampista di 1,90m che gioca compassato e senza mordente, si tira indietro nei contrasti, ha paura nel saltare di testa e fa al massimo uno strappo a partita. Insomma, uno strapagato che non sposta niente, che non finalizza nulla, a maggior ragione quando viene schierato in un ruolo che non gli appartiene, il quarto di centrocampo: ruolo per il quale sarebbe molto più ritagliato un giovane forte, dinamico e motivato che (per problemi fisici?) continua invece a partire dalla panchina. 

Il secondo tempo è una sorta di copione di quanto accaduto ad Udine e a Napoli: con la scusa del vantaggio, e forse con l’aggravante del sopravvenuto calo fisico dovuto al dispendioso gioco di ripartenze e risalite di campo, la Juventus arretra il baricentro, soffre, concede poco, ma pian piano si porta l'avversario sempre più in area. I cambi non svoltano la gara, il Milan - modesto e rimaneggiato per infortuni pesanti, specie in attacco - pareggia su una disattenzione e la partita rischia persino di prendere dei binari peggiori. Fortunatamente - dice Allegri - l’arbitro fischia la fine. 1-1.

Il match, specie nel primo tempo, è stato giocato seriamente, con continui e interessanti scambi di posizione tra gli interpreti, dialoghi in velocità, buone trame di gioco, ottimo dinamismo, pericolosi attacchi alla profondità e pressing medio-alto dosato. Un discreto mix di elementi. 

Poi il solito tetro fil rouge che accomuna le tre rimonte subite: l’intenzione chiara di abbassare il baricentro e di rinunciare a giocare nel secondo tempo, marchio tipico dell’allegrismo e soluzione che, come si è visto abbondantemente, non basta più per vincere le partite (e i campionati).

Ad attirare ancora una volta l’attenzione della critica, però, sono le dichiarazioni post-gara:

“Ho sbagliato i cambi: avrei dovuto mettere gente più difensiva visto che la partita era in cassaforte”. 

Chi, oltre all’audio, ha visto anche il video dell’intervista avrà sicuramente notato come Allegri si stesse mordendo le labbra: non ha fatto nomi, chiaro, ma il riferimento plateale è ai tre giovani innesti, Chiesa, Kulu e Kean. Posto che questi fantomatici eventuali cambi difensivi sono solo un pretesto che Allegri utilizza per spostare il focus della rimonta subita su dei binari che non c’entrano nulla con i problemi reali della squadra, le sue dichiarazioni rappresentano il sintomo più limpido di un allenatore in palese difficoltà, che, non sapendo più che pesci pigliare, ha deciso di fare ciò che Pirlo, nella sua sciocca e presuntuosa ingenuità da neofita, aveva messo in atto alle prime difficoltà di classifica: colpevolizzare i giovani. 

Per inesperienza e ostinata saccenza, Pirlo, al suo primo anno in panchina, ha sbagliato tanto e ha pagato caro tutte le sue scelte, comunicative e di campo. Ma da Allegri ci si aspetta, oltre ai risultati, anche una certa abilità nell’utilizzo di un linguaggio adeguato e nel dosaggio del bastone e della carota nei confronti dei suoi giocatori. E, invece, attraverso le sue interviste scaricabarile, condite da messaggi anti-gioventù direttamente rivolti a De Ligt e Chiesa - “deve prendere coscienza che siamo alla Juventus”, come se non fosse già lì da un anno e non avesse vinto un europeo da protagonista poco più di due mesi fa -, non ha fatto altro che propinarci per l’ennesima volta il suo manifesto calcistico in pieno stile conservatore e reazionario. 

Infine, a piena conferma del suo modo di concepire il calcio, ha ribadito la sua teoria sulla gestione degli ultimi 15 minuti di ogni partita in cui si è in vantaggio: “Ci è mancato qualcosa, non si può guardare l’estetica, bisogna vincerle con le buone o con le cattive. Menomale che l’arbitro ha fischiato la fine perché rischiavamo di perderla”. Quasi a dire, con una mossa che ricorda i dietrofront visti nel 2018-19, post Juve-Manchester e soprattutto post Juve-Parma: “con il bel gioco - che poi non si è visto, se non in alcune fasi del primo tempo - non si vincono le partite, per questo bisogna arroccarsi in difesa”. 

Le aspettative che tutti noi riponiamo in un processo di evoluzione della squadra e della società appaiono ancor più ridimensionate in seguito al botta e risposta con Stefano Borghi: 

“- Può essere il 433 il prossimo passo in avanti, con tridente Chiesa Dybala e Morata, e con Locatelli come play?

- Io capisco che a voi (ma voi chi?) piace parlare di moduli, di 4-3-3. Quando giochi, vai in vantaggio, e arrivi a quindici minuti dalla fine senza aver concesso tiri in porta, non ci sono moduli che tengano. In quel momento lì devi difendere, sennò non vinci. Vinci le partite, ma difficilmente i campionati”. 

A domanda tecnico-tattica pertinente, Allegri ha sempre reagito così, buttando la conversazione in caciara o con il solito ritornello del sapersi passare la palla - davvero il calcio è riducibile a questo? - o con la sua crociata non richiesta contro gli esteti e i bel giochisti. Lo ha sempre fatto. Le discussioni con Adani del 2018 e del 2019 - in entrambi i casi post Inter-Juve - sono simboliche: nel chiedere ad Allegri di rendere ragione del suo recente operato, Adani la prese giustamente alla larghissima pur di non fornirgli il pretesto per sviare il discorso. Ciononostante, pensando di fare un favore a sé stesso, Allegri si rifiutò di rispondere nel merito, arroccandosi su posizioni medievali e cominciando una filippica non sense sulle ripartenze dell'Ajax, sull'analogia tra calcio e basket, su quanto la Serie A pulluli di teorici. 

Ora, possiamo discutere quanto volete sulla pateticità della Bielsofilia di cui Adani soffre e su quanto questa dialettica esasperata filo-Football con la F costituisca una mossa difensiva tanto dannosa quanto quella compiuta da Allegri in direzione opposta. 

Ma non lamentiamoci della monotonia delle domande dei giornalisti, della metamorfosi della discussione calcistica in stucchevole telenovela a puntate, della scarsa cultura sportiva tra i tifosi se poi, quando qualcuno tenta di innalzare il livello del dibattito, lo si fa tacere. 

Giusto qualche giorno fa ai giornalisti è stato consentito di presenziare all’allenamento della Juventus presso l’impianto sportivo della Continassa; e sui social sono stati diffusi dei video molto interessanti su alcune esercitazioni tattiche di Allegri. Ben vengano, perciò, le sedute a porte aperte: gran parte dei tifosi manca totalmente di una cultura calcistica di base - prova ne è il fatto che Allegri, per un paio di frasi fatte, è apparso agli occhi dei più come un misto tra Ernst Happel e Pep Guardiola -, di conseguenza queste sono occasioni magnifiche per innalzare il livello di conoscenza del pubblico e di qualità di discussione sportiva. Ma ad aiutare questo processo, oltre ai giornalisti - quelli in buonafede, che assistono agli allenamenti e ne riportano i contenuti senza dietrologie -, devono essere anche i protagonisti della Serie A, coloro che, attraverso il loro agire e pensare, veicolano a livello nazionale e internazionale lo status del calcio italiano: e Allegri, in tal senso, ne rappresenta una delle figure principali. 

Riassumendo e concludendo: i risultati e la classifica piangono, ma a rendere ancor più tetra la situazione in casa Juventus sono le dichiarazioni rilasciate da uno dei suoi principali esponenti, sia per legittimare una visione arretrata e superata del calcio sia per tentare di giustificare delle decisioni di campo che appaiono insensate e controproducenti, a breve e lungo termine. 

Ancora una volta, occorre ripetere quel che è evidente a tutti tranne che alla società: la forma è sostanza, specie quando la sostanza - tramite dichiarazioni, sviamenti e risposte non dette - viene annichilita. 

ALESSANDRO LUISE

 

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