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Non restaurare ma ricostruire

31 Agosto 2021

Oggi mi cimento in un’operazione che, visto quanto letto e sentito in questi giorni, appare titanica: provare ad analizzare l’attuale momento della Juventus senza parlare di calciomercato e senza nominare nostalgicamente Cristiano Ronaldo (prometto, questa è l’ultima volta che ne scrivo il nome). La sua cessione è ormai acqua passata ed è inutile perdere del tempo a pensare a come sarebbe andata sabato con la sua presenza in attacco. Mi limito a dire che certe figuracce le abbiamo fatte pure con lui e che, comunque vada la stagione, una società ambiziosa come quella bianconera non può e non deve essere giudicata / giustificata per l’assenza o meno di un singolo, anche nel caso in cui si parli di uno dei più giocatori forti al mondo. 

Passiamo al match, anzi al pre-match. Perché ho visto troppa gente sorpresa non solo per il risultato in sé ma anche per lo svolgimento della partita, quando era sufficiente riavvolgere il nastro della presente banter era della Juventus e tornare a marzo 2019 per accorgersi che con l’Empoli di Andreazzoli (un grande allenatore, non lo scopriamo di certo quest’anno) non si scherza. La rosa bianconera è cambiata molto da allora, ma il mister è lo stesso, e medesima è la triste modalità di subire il palleggio avversario: che si tratti del Barça di Guardiola o dell’Ancona di Nedo Sonetti non siamo all’altezza di fronteggiare attivamente (passivamente son capaci tutti), con coraggio e organizzazione, squadre di personalità, che utilizzano il possesso palla - quello vero, non sterile e nella propria metà campo - come propria arma identitaria.

Nel 2019, con un campionato virtualmente in tasca da settimane e, dunque, libertà di esprimere un buon gioco senza pressioni di sorta, fummo piallati dall’Empoli, salvati soltanto dal poco cinismo avversario e da un divario tecnico-economico imbarazzante tra le due rose.

Sabato nulla avrebbe potuto salvarci. In primis per la disposizione tattica confusionaria messa in campo e la discutibile scelta di alcuni suoi interpreti. Quante volte abbiamo sentito elogiare l’essenza camaleontica di Allegri, la sua capacità di adattarsi artigianalmente al materiale di cui dispone. Ma la realtà è che, nel suo semplice pragmatismo, anche (e soprattutto) il buon Max cade vittima del peso di quelle che lui ritiene essere rigide leggi teoriche del calcio: 

•la ferrea necessità di giocare con un play davanti alla difesa che dia ordine, anche quando, almeno momentaneamente, non lo si ha a disposizione: ciò a costo di collocare calciatori fuori ruolo e stravolgere il già labile equilibrio di una squadra che, al contrario, dovrebbe ripartire da quei pochi punti fermi che possiede; 

•il dogma della calma in fase di possesso e in non possesso (“non bisogna avere fretta nel recuperare palla” è un messaggio pericoloso), quando invece il dinamismo inarrestabile e non frenetico - e vincente, visto che alla Juve conta soprattutto quello - dei team di Premier League, condito chiaramente da un’intelaiatura di gioco ben riconoscibile, dimostra che nel calcio moderno la perenne e piatta serenità senza ritmo non è esattamente il segreto per raggiungere traguardi importanti;

•l’obbligo di dover inserire i nuovi acquisti con pazienza e dopo un lungo periodo di ambientamento in panchina: magari in un contesto diverso, con una rosa d’esperienza già strutturata e amalgamata, potrebbe pure starci come ragionamento, ma in un centrocampo mutilato da infortuni e mediocrità quali danni potrà mai fare un Locatelli dal primo minuto, anche se non è al 100% della sua condizione? 

Passiamo al piano gara: come troppo spesso accade, al fuoco di paglia di una discreta partenza a razzo (10-15 minuti, non di più) seguono una serie di segnali abbastanza preoccupanti: abbassamento del baricentro, paura, passività, staticità, scarsa pericolosità, disunione tattica e perdita di compattezza e distanze tra i reparti. In molti casi, come sabato, si tratta di un’involuzione e di un abbattimento morale a gara in corso che trovano il loro momento d’origine in un gol subito: specchio della fragilità mentale e tecnica che questa squadra, nella sua mutevole costanza, mette in mostra da ormai quattro anni. 

L’articolazione seguente del match può essere riassunta in un concetto tanto semplice quanto disarmante: povertà di idee. Perché vedere la Juventus limitarsi al crossing game, tra l’altro senza prime punte per poterlo fare, e all’individualismo di Chiesa e Cuadrado (le cui sostituzioni gridano ancora vendetta) per tentare di ribaltare il risultato, con 70 minuti di tempo a disposizione, è chiaro sinonimo di appannamento e nervosismo (altra grossa avvisaglia da non sottovalutare).

Nel calcio è alla lunga - in una stessa partita e nell’arco di un campionato -, e non nell’immediatezza e nella contingenza degli episodi (una partenza sprint, lo spunto solitario di un singolo o un possibile rigore negato), che emerge la struttura identitaria di una squadra, plasmata dalle idee del suo coach. Per questo motivo noi tifosi possiamo portare ancora un po’ di pazienza: infondere un insieme di principi tecnico-tattici nella testa e nelle gambe dei calciatori è un processo che richiede pazienza, disposizione al cambiamento da parte di tutti (TUTTI!), sacrificio e tanto tanto lavoro di campo per codificare e assimilare schemi, approcci, moduli. Lo disse Tuchel poche settimane prima di sollevare la Champions League con il Chelsea: “football is complex”. Il carattere situazionale di questo sport non va snobbato, la risoluzione delle problematiche episodiche di una partita non va delegata all’estro dei giocatori: occorre, partendo dalle basi, cominciare a ricostruire tecnicamente e tatticamente le certezze e i punti di riferimento della squadra, preparare di volta in volta ogni singola componente del gioco, tanto offensivo quanto difensivo, e preventivare le variabili positive e negative che si possono verificare nell’arco dei 90 minuti. 

Di qui un appello ai miei compagni di tifo: non cominciamo a ricercare capri espiatori, non identifichiamo vittime da sacrificare all’altare, non puntiamo il dito contro chi è in difficoltà. Anche perché la sconfitta di sabato è il manifesto del malfunzionamento del collettivo.

Proviamo piuttosto a guardare ai punti di forza di ciascuno e a come possono essere valorizzati. Pensiamo all’annata con Sarri di Bentancur, allora principale faro del nostro centrocampo, e di Dybala, che con una serie di gioielli ci ha condotti alla conquista dello scudetto e che ora deve tornare a ergersi a vero leader di questa rosa. Al De Ligt dell’Ajax e a quanto fosse dominante nel difendere con 50 metri di campo alle spalle. Al Chiesa dello scorso anno e di come sia in grado di rullare gli avversari, coi piedi che solcano saldamente la linea laterale. Ad Arthur, che quando rientrerà non dovrà mai rivedere la panchina. 

E anche un appello ad Allegri: la mancanza di solidità difensiva è sì un campanello d’allarme, ma non si deve tradurre nel ritorno ad un iper-difensivismo esasperato, perché rischieremmo un seguito molto peggiore del già terribile prosieguo di stagione post Juve - United del 2018. Fino a poco fa, infatti, in Italia si poteva vincere anche così. Ora non ne sono più sicuro. 

Per una volta mi auguro che il mister, che ha quattro anni di tempo (e di pieno supporto da parte della dirigenza) di fronte a sé per erigere e sviluppare un progetto solido, ascolti Chiellini, prontamente inquadrato dalle telecamere al suo fianco a fine partita mentre ammetteva a bassa voce: “Questi sono”. Già, questi siamo: non più un team pronto, esperto, fatto e finito, che in virtù della sua forza difensiva può limitarsi a fare barricate e a gestire i match giocando di rimessa, ma un insieme di calciatori giovani e ancora mentalmente deboli, che necessitano di un’evoluzione tecnico-tattica costante, non di una soluzione sparagnina di ripiego che a lungo termine non comporta alcuna crescita valoriale. Non restaurare, ma ricostruire e formare dalle basi. Nella speranza che Allegri sappia (e sia disposto a) farlo. Per aspera.

ALESSANDRO LUISE

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