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Liam Brady: il professionista perfetto

25 Luglio 2020

Nell’estate 1980, dopo tanti anni di ostracismo l’Italia decide di uniformarsi al resto d’Europa riaprendo le frontiere calcistiche e permettendo ad ogni squadra di tesserare un solo giocatore straniero. La Juventus dopo aver valutato numerose opzioni fra cui anche Maradona e una punta segreta in Argentina mai svelata dal presidente Boniperti, sceglie il ventiquattrenne  irlandese Liam  Brady.
William Brady nasce a Dublino il 13 febbraio 1956. Cresce calcisticamente nella squadra del St. Kevin’s Boys FC, poi nell’Home Farm. Quando ha solo tredici anni viene notato dagli osservatori dell’Arsenal, da cui viene acquistato nel giugno del 1971.
Il giovane Liam trascorre tre anni nel settore giovanile. Il giorno del suo diciassettesimo compleanno firma il contratto da professionista seguendo così le orme dei fratelli maggiori Pat Brady (giocatore nel Millwall), Ray Brady (giocatore nel QPR), Frank Brady Jr (giocatore nello Shamrock Rovers), nonché dello zio Frank Brady sr. 
Il 6 ottobre 1973 Liam Brady esordisce,  ma quell’anno pur giocando molto poco imparerà molto nell’ambiente professionistico dell’Arsenal: terminerà la sua prima stagione con la maglia dei “gunners” con all’attivo soltanto tredici presenze. 

Durante il suo periodo all’Arsenal gli viene affibbiato il soprannome “Chippy“, non tanto per la sua capacità di calciare la palla dando particolare effetto “chip” quanto per la sua predilezione per il tipico piatto britannico “fish and chips”. 
Con la squadra londinese vince la FA Cup nel 1978-1979; disputa le finali della stessa sia nel 1977-1978, sia nel 1979-1980. Con l’Arsenal raggiunge la finale di Coppa delle Coppe nel 1979-1980, perdendo però contro gli spagnoli del Valencia. 
Nella primavera 1980 l’Arsenal di Brady affronta ed elimina la Juventus nelle semifinali di Coppa delle Coppe: 1-1 a Londra, 1-0 per gli inglesi a Torino, goal di Vaessen all’87°.
È una stagione d’oro per Liam. I giocatori professionisti inglesi, lo eleggono Calciatore dell’anno; il presidente dei “Gunners”, Hillwood, fa il diavolo a quattro per aumentargli lo stipendio e prolungargli il contratto, ma non c’è nulla da fare in quell’estate Brady arriva alla Juventus.
Brady è un regista giovane, ma calcisticamente maturo e grazie alle sue doti di adattamento riesce ad inserirsi senza problemi nella squadra bianconera. Con il suo arrivo nella Juventus ricompare il regista. Così la Juventus torna ad una manovra ordinata, basata sulla ricerca di impostazioni logiche e razionali.

Nei primi giorni italiani Brady capisce cosa vuol dire il calcio italiano anche fuori dal campo, i giornalisti sono pressanti, le attenzioni morbose nulla a confronto della riservatezza  inglese e Brady decide di difendersi chiudendosi nella più totale riservatezza, lavorando sodo e concedendo poche interviste.
Il collega preferito del biennio juventino è Tardelli, ma anche con Rossi e Cabrini i rapporti sono ottimi, mentre vincente fu la scelta di metterlo in camera con Furino che gli trasmise la grinta e la lotta non proprio due caratteristiche dell’irlandese. Poiché Brady era dotato di classe cristallina ma avvolte pigro, nei momenti della partita in cui l’irlandese trotterellava, Furino si avvicinava parlandogli all’orecchio e Brady  ricominciava di nuovo a correre e lottare.
Le due stagioni di Brady alla Juventus sono perfette coronate dalla conquista di altrettanti scudetti. Trapattoni dirà che sono gli scudetti che sente di più come suoi, maturati nel rinnovamento di una squadra che comincia a perdere qualche grosso nome del passato (Morini, Benetti e Boninsegna) per dare spazio a giovani che si chiamano Cabrini, Farina, Prandelli, Marocchino e Galderisi, oltre al recupero di Virdis ed alla progressiva affermazione di Brio. In quella squadra il sinistro di Brady, proietta di volta in volta i compagni verso il goal, lo stesso irlandese si segnala anche nei panni di goleador: 8 reti il primo anno, 5  il secondo.
Stupenda la prima stagione, anche se ci mette un po’ di tempo a prendere le misure; viene fuori il pomeriggio del 23 novembre 1980, mentre un terremoto squassava l’Italia del sud. La Juventus gioca contro l’Inter campione in carica, con una formazione decimata dalle squalifiche; Liam segna un goal ed un altro lo fa fare a Scirea. La squadra bianconera vince 2-1 e comincia, seriamente, ad inseguire la Roma.
La seconda stagione è meno appariscente ma è suggellata, comunque, da un significativo finale. Il 30 aprile 1982, un venerdì, alla vigilia delle ultime tre giornate di campionato, Liam viene informato, all’improvviso, che alla Juventus non sarà riconfermato. Deve cedere il posto a Michel Platini, acquistato il giorno stesso; l’evento matura nello spazio di ore, dalle 12:00 (ora in cui firma Platini) alle 20:00 (ora in cui Brady esce sconvolto dall’ufficio di Boniperti).
Brady non può restare alla Juventus, che qualche settimana prima ha acquistato Boniek come secondo straniero e sarà ceduto a condizioni, non meno vantaggiose, ad una società di suo gradimento; così, Brady firma per la Sampdoria.
Ma di Brady non si può non ricordare l’ultima partita in maglia bianconera, il 16 maggio 1982, a Catanzaro, giorno in cui la Juventus conquista lo scudetto approfittando del concomitante pareggio della Fiorentina a Cagliari. Vince 1-0 la Juventus, con un rigore trasformato dallo stesso irlandese. Liam, rigorista designato, si avvia a battere dal dischetto come se non fosse l’ultima partita e l’ultimo rigore nella Juventus, con un grandissimo esempio di professionalità, é la rivincita morale di Brady che dichiarerà: «Avevo due scelte, due possibilità: fare il professionista e calciare bene il rigore, oppure fare il bambino stupido e rifiutarmi di calciare o, peggio, sbagliare volutamente il tiro. Ho scelto di fare il professionista, ho tirato ed ho fatto goal».
Boniperti all’indomani dirà: “Preso Platini, avevo un grosso problema. Ed un dispiacere enorme. Dirlo a Brady. Perché di stranieri ne erano consentiti soltanto due e noi avevamo già Boniek, preso in quegli stessi giorni. Brady, Boniek, Platini: uno era di troppo. Avessimo potuto tenerli tutti e tre, con Brady dietro a quei due, saremmo diventati la più grande squadra del mondo” poi racconta come andò l’episodio e le inaspettate lacrime dell’irlandese di ghiaccio.
“Dopo avergli spiegato il problema, Liam pianse ed un po’ di magone venne anche a me. A fine stagione venni contattato da Paolo Mantovani, presidente della Sampdoria, per discutere la cessione del centrocampista irlandese. Il reingaggio di Liam l’ho fissato io. E Mantovani fu d’accordo su tutto”.

Dopo due stagioni con la squadra ligure passa all’Inter e successivamente all’Ascoli. Chiude la sua carriera di calciatore professionista in Inghilterra, con la squadra del West Ham. 
La carriera di allenatore inizia nel 1991 quando siede sulla panchina del Celtic; nel 1993 e fino al 1995 allena il Brighton & Hove Albion. Dal 1996 ricopre la carica di direttore del settore giovanile dell’Arsenal. 
Nel mese di maggio 2008 Liam Brady diventa l’assistente del nuovo commissario tecnico della nazionale di calcio irlandese, l’italiano Giovanni Trapattoni (come assistente Brady è affiancato da Marco Tardelli, un altro ex calciatore italiano di grande esperienza).
I tifosi juventini ringrazieranno e ricorderanno per sempre con affetto Liam Brady gentelman , grande uomo ma soprattutto “il professionista perfetto”.
C.S.
 

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