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Kira Ciccalé: "Anche per la Regina di Coppe è quasi arrivato il momento di appendere gli scarpini"

11 Giugno 2020

Da oltre trent’anni sui campi da calcio, Kira Ciccalé non ha mai smesso di segnare. Da bambina si è innamorata di questo sport e, stagione dopo stagione, è diventata un’icona del calcio femminile in Italia. In esclusiva a CalcioScout ci ha raccontato la sua storia.

Quando hai iniziato a giocare a calcio?
Ho iniziato a calciare un pallone all’età di 5 anni, un muro era il mio compagno di giochi. A 7 anni la fortuna ha voluto che andassi a scuola con il figlio di colui che diventerà poi il mio primissimo allenatore, Tip, la persona che più credeva in me e che mi ha fatto innamorare sempre più del calcio.

È stato “complicato” iniziare uno sport che in tanti considerano da maschi? Hai vissuto pregiudizi?
Ai miei tempi non era facile, soprattutto perché negli anni 80/90 non si poteva giocare con i maschi e quindi è stata una lunga attesa fatta di soli allenamenti (aspettando i 14 anni) e di partite con gli amici al campetto dietro casa. Ricordo un simpatico episodio in cui per giocare una partita mi sono finta maschio, ma qualcuno mi ha riconosciuta: l’allenatore della squadra avversaria era il padre di Tania, una ragazza che sarebbe poi diventata una mia compagna di squadra per molti anni.

Raccontaci la tua carriera. Dove hai giocate e a quali esperienze sei più legata?
Ho iniziato a giocare (sempre senza partite, per via dell’età) a San Marco, piccola frazione di Fermo, poi Altidona, Amandola (dove finalmente ho compiuto i tanto attesi 14) per arrivare poi alla Sambeneddettese, in quella che è diventata la mia famiglia, dove mi sentivo a casa. Anni stupendi, fatti di tanti gol, non ricordo con esattezza quanti, ma in quel periodo viaggiavo sempre tra i primi posti della classifica marcatori con 30/35 reti a campionato. Ho giocato la prima partita al Riviera delle Palme contro un fortissimo Perugia, eravamo in Serie C regionale. Ricordo solo che avevo il cuore a mille e ho segnato una doppietta che ci ha portato al pareggio: uno di sinistro e l’altro di testa, la mia specialità. Dopo questa esperienza, ne ho avuta una molto breve in A, dove militava allora la grandissima Carolina Morace, il mio idolo. La stagione dopo giocai a Porto Sant’Elpidio, anche lì molti anni fatti di gol e soddisfazioni tra cui la conquista delle Coppa Marche e Umbria da capitano, con doppietta in finale. A 36/37 anni ho giocato un campionato in serie B in Abruzzo con il Palmoli, una breve ma bella esperienza. Dopo un anno di calcio a 5 (CSI) e un intervento al menisco, sono ritornata in quella che sarebbe stata la mia ultima squadra: Real Bellante. Sono stati anni bellissimi, anche qui fatti di gol e successi, come la vittoria della Coppa Abruzzo e finalmente un campionato. Qualcuno mi chiama la Regina delle Coppe, avendo vinto in Umbria, Abruzzo e nelle Marche.

Raccontaci le tue giornate, tra casa, lavoro e campo.
Sono mamma di Gianmarco ed Eleonora, oramai due ragazzi 18 e 16 anni e, tra casa, lavoro e calcio cerco di dividere i miei numerosi impegni. Ci vuole pazienza, non è facile ed è per questo che credo sia arrivato il momento di appendere a malincuore gli scarpini al chiodo. E non penso che prenderò la strada dell’allenatrice.

A livello più ampio, che cosa pensi della realtà del calcio femminile in Italia? Al netto della particolare situazione che stiamo vivendo, pensi si sia intrapreso la strada giusta per il movimento?
Nonostante il calcio femminile abbia fatto dei grossi passi avanti, fin quando non se ne parlerà con la stessa normalità di cui si parla di quello maschile e fin quando non sarà normale vedere una bambina su un campo da calcio, la strada da fare è ancora lunga. Ovviamente l’ingresso delle società professionistiche sta dando visibilità al movimento e offre alle ragazze la possibilità di vivere da professioniste, pur non essendolo. Non va dimenticato però il lavoro di realtà storiche come il Brescia e la Torres o di quelle che tuttora riescono a competere con le grandi del calcio italiano come Florentia, Pink e Tavagnacco.

Se tu fossi a capo del movimento, cosa faresti per dargli ulteriore spinta?
Sicuramente il prossimo step dovrà essere il professionismo, visto che adesso ci sono società che possono intraprendere questa strada.

Cosa diresti ad una bambina che vorrebbe iniziare a giocare a calcio, ma che, per un motivo o per un altro, è un po’ spaventata?
Spesso non sono le bambine quelle che devono essere convinte, ma i genitori. A questi, direi che il calcio è uno sport come gli altri e vorrei aggiungere che è bello ed utile, sotto tanti punti di vista, che le bambine giochino insieme ai loro amici maschietti.

Andrea Bonso
@abonstweet

 

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