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Bruno Pizzul: "Oggi il calcio è contaminato da troppo denaro e interessi"

28 Maggio 2020

Bruno Pizzul è un po’ come uno di famiglia, quel cugino lontano del nonno, che magari non hai mai visto, ma che ti sembra di conoscere da sempre. Eh sì, perché per oltre trent’anni Bruno ha fatto compagnia agli italiani, entrando nelle case e vivendo insieme a loro momenti indimenticabili di sport. Ah, il calcio: Pizzul ha visto nascere quello moderno, l’ha praticato anche a buoni livelli e poi, armato di cuffie e microfono, l’ha raccontato, con il suo modo gentile, raffinato, rispettoso. Solo così, appunto, poteva diventare un po’ come uno di famiglia.

Qualche giorno fa, Bruno Pizzul è intervenuto a Pole Pole, programma di Shareradio, condotto tra gli altri anche dal nostro giornalista Andrea Bonso (CLICCA QUI PER ASCOLTARE LA PUNTATA). Nel suo intervento, Pizzul ha parlato della sua quarantena, che ha passato “chiuso in casa un po’ come tutti gli italiani, ma per fortuna mia moglie si è occupata di me. Poi avendo la fortuna di avere un appartamento grande e un giardino, siamo riusciti anche a camminare, ma non vedevo l’ora di tornare a fare i miei giri in bicicletta”.

Guardando al passato, Bruno fu anche un buon calciatore e giocò soprattutto al sud, come a Catania, Ischia e Taranto. Ma della sua carriera calcistica, non ha rimpianti: “Alla fine va bene così, perché è vero che tutto sommato potevo fare qualcosa in più, ma avevo anche dei limiti derivati dalla mia statura: ero un po’ troppo alto per giocare per il calcio di quei tempi. Oggi invece tutti i giocatori sono alti come me, ma allora ero nettamente più alto rispetto agli altri”.

Nella sua lunga carriera da giornalista, Pizzul ha conosciuto tanti calciatori, creando con alcuni di loro un rapporto speciale e personale, cosa che al giorno d’oggi è quasi utopia. “A quel tempo - ha spiegato nel corso del programma - si stava spesso assieme, giocando a carte, biliardo, ecc. e così si sviluppavano vere e proprie amicizie che sono durate nel tempo, in particolare, dato che vivevo e lavoravo a Milano, con i giocatori dell’Inter e del Milan, come Giacinto Facchetti, Rivera, Mazzola, i vari allenatori, Mondonico, Rocco, di cui ero quasi un figlioccio e via dicendo”. E poi, a conferma della bontà del personaggio, ha voluto ricordare Gigi Simoni, scomparso la scorsa settimana: “È stato più di un bravo allenatore e poi aveva delle qualità umane davvero notevoli”.

Ma, visto che si parla sempre di calcio, sono due i calciatori che più l’hanno impressionato: “Gianni Rivera, di una qualità eccellente, e Roberto Baggio, giocatore che ha colpito la fantasia e l’affetto di tutti”. Invece a carte e a biliardo, erano altri i top player: “Un giocatore di carte molto forte era Giancarlo “Pantera” Danova, ex Milan, poi c’era Facchetti, grande appassionato, ma non molto portato. Giocavamo tutti con grande intensità, soprattutto a scopa d’asso, facendo anche i furbetti e lanciandoci i segnali. A boccette ero abbastanza bravo, lo ammetto. Una volta venni invitato al circolo dei tesserati dell’Inter, in via Amedei, e vinsi in finale insieme a Venturi, ex mediano nerazzurro, e regalai la coppa al Milan, tanto che quelli dell’Inter un po’ se la presero e così non organizzarono più quel torneo”.

Un calcio e un modo di vivere lo sport totalmente diversi rispetto a quelli di oggi, come ha sottolineato a malincuore lo stesso Pizzul: “Francamente, mi sembra che il calcio di oggi abbia perso in maniera troppo netta quelli che erano i residui e i respiri lirici e romantici di un tempo. Nel calcio di oggi non agiscono più delle società sportive, ma degli enti economici-finanziari, con i soldi che hanno assunto un’importanza sempre crescente. La situazione ora è abbastanza degenerata e lo si vede anche dai momenti di difficoltà che sta vivendo oggi il calcio a causa della pandemia. Il calcio è stato contaminato dal troppo denaro e dagli interessi”.

E, a proposito di calcio che cambia, non si poteva non toccare il tema San Siro, tanto caro ai romantici di questo sport, Pizzul compreso: “È un qualcosa che va al di là di un semplice stadio, perché andando in giro per il mondo per tanti anni mi sono reso conto che San Siro è profondamente legato nella cultura popolare calcistica globale. Quando la gente veniva a scoprire che ero di Milano, mi chiedevano quattro cose: “San Siro, la Madonnina, la Scala e il Vigorelli”. Anche per il Vigorelli (storico velodromo di Milano n.d.r) vale lo stesso discorso di San Siro”.

Insomma, buttare giù il Meazza non sembra la soluzione ideale: “Credo che vadano coltivati e mantenuti certi valori. È vero che gli stadi italiani sono desueti, ma è anche vero che San Siro è uno dei pochi in Italia in cui si vede bene il calcio e quindi credo debba continuare ad esistere, per il suo valore storico e sportivo. Non capisco perché non si possa cercare di ristrutturarlo, magari in maniera adeguata, come è stato fatto in tanti stadi nel mondo, che sono stati rifatti, come ad esempio il nuovo Wembley, che non ha nulla a che fare con quello vecchio, ma è nello stesso posto e continua a rimanere punto di riferimento del football inglese. Quindi se c’è da ristruttura, ristrutturiamolo, perché sarebbe davvero un peccato perdere l’identità di San Siro”

Infine, non si poteva non tornare a quello sciagurato ottavo di finale tra Corea del Sud e Italia al Mondiale 2002, quando l’arbitro Moreno fece di tutto per buttarci fuori: “Moreno ha lasciato un segno profondo nel nostro cuore, ma è stato Bobo Vieri a contribuire a farlo diventare un personaggio che tutti noi consideriamo responsabile delle nostre disgrazie calcistiche. Perché Bobo, se andate a rivedervi la partita, all’ultimo secondo di gioco ebbe un pallone da spingere facile in porta e lui riuscì a buttarlo fuori. Se Vieri avesse segnato, di Moreno non ne avrebbe mai parlato nessuno. Però è giusto parlarne perché ne combinò una peggio dell’altra”.

E in quella occasione, anche uno come Bruno Pizzul perse per un attimo le staffe: “Eh beh, insomma, anche a me succedeva di perdere il mio aplomb. Successe ancor di più durante Italia-Nigeria a Usa ’94, perché non accettavo che ci prendessero in giro, tra tacchi e tunnel, poi ci pensò fortunatamente Roberto Baggio, che giocatore!”.

Redazione CS

 

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