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Stefano Pastrello: "Ho esordito in A nel Milan di Ancelotti, ma la felicità l'ho trovata lasciando il professionismo"

26 Aprile 2020

Stefano Pastrello si racconta in esclusiva ai microfoni di CalcioScout, dall’esordio in Serie A nel Milan di Ancelotti (che vinse la Champions nel 2003) fino alla decisione di lasciare il professionismo per costruirsi una grande carriera nei dilettanti. E oggi, che è dirigente dell’Ambrosiana Trebaseleghe (PD), guarda alla sua vita con la consapevolezza di aver fatto la scelta giusta.

Dove nasce la tua storia d’amore con il calcio?
I primi calci al pallone li ho tirati a Scorzè, in provincia di Venezia, e poi, da esordiente, sono passato al Padova. Sono nato attaccante esterno, facevo tanti gol da piccolo, ma poi con il tempo sono regredito di posizione, fino al ruolo di centrocampista centrale. All’epoca era già un sogno essere nel club biancoscudato, dopotutto era il Padova dei tempi d’oro in Serie A. 

Ma dopo è arrivata la chiamata del Milan…
Quando ho saputo dell’interesse del Milan, non ci credevo: è stata un’emozione fortissima. Mi hanno detto di pensarci, ma il giorno dopo avevo già deciso e li ho chiamati. Avevo 14 anni e mi sono trasferito a Milano, dove non è stato così semplice: per due anni ho vissuto in un collegio vero e proprio e, in particolare il primo anno, è stato duro, lontano da casa, dalla mia famiglia e dai miei amici. Poi, quando ho iniziato a giocare in Primavera, mi sono trasferito a Milanello e sono stato lì due anni. Per uno che ama il calcio, era come vivere in una favola. Fu un’esperienza forte, dove ho imparato tanto, dal punto di vista sportivo ma prima di tutto umano.

E ti allenavi spesso anche con la prima squadra, giusto?
Sì, ero aggregato a quel Milan che vinse la Champions nel 2003. C’erano fuoriclasse assoluti, tra Seedorf, Pirlo, Gattuso, Redondo, il quale mi ha sempre affascinato, e poi Shevchenko, semplicemente devastante. Era sempre un’emozione incredibile quando squillava il telefono in camera e mi dicevano di andare ad allenarmi con Ancelotti.

A proposito di allenatori, al Milan ne hai avuti di importanti, ci dici un aggettivo per ognuno?
Allora, beh Ballardini era un sergente di ferro in campo, ma fuori una squisita persona. Tassotti, invece, era un maestro: ha avuto grande merito nei successi di quel Milan. Ancelotti era un papà, davvero eccezionale, mentre Baresi, bravissima persona, ma forse più adatto al ruolo dirigenziale. E a Verona ho avuto Sarri, un altro sergente di ferro, anzi qualcosa in più. Ho giocato poco con lui, ma imparai moltissimo, perché lui guardava anche il lato umano, cosa che altri mister non facevano. Pur non giocando, mi sentivo parte della squadra. Si vedeva, comunque, che aveva la stoffa per diventare un grande: aveva delle idee che all’epoca sembravano pazzia, ma in realtà era un visionario.

Cosa ci racconti del debutto in Serie A?
Fu in occasione di un Piacenza-Milan di fine campionato, con la squadra che aveva la testa alla finale di Manchester. Per me fu un’emozione unica: quell’anno facevo praticamente parte della prima squadra e fu una sorta di premio da parte di Ancelotti.

E la Champions?
Ho avuto anche la fortuna di viverla in prima persona, con tre panchine, una delle quali al Bernabeu contro il Real dei Galacticos. L’esordio in A fu unico, ma quella sera a Madrid fu un qualcosa di indescrivibile, tra atmosfera, giocatori in campo e via dicendo. Indimenticabile.

Poi, cos’è successo?
Dopo i due anni di Primavera, sono passato in comproprietà all’Hellas Verona, che era in Serie B. Con il senno di poi, fu una scelta sbagliata, perché potevo andare alla Triestina, che all’epoca puntava forte sui giovani come Aquilani e Ferronetti, ma alla fine, avendo Pastorello come agente (figlio del presidente gialloblu) sono finito a Verona. Lì ho giocato poco e dopo sei mesi sono andato al Martina Franca in C1. Poi il Milan mi ha venduto a titolo definito all’Hellas e ho iniziato a girare l’Italia, tra Modica, Poggibonsi e Portogruaro.

Così ti sei trovato a 26 anni a prendere una decisione non semplice, ad un primo sguardo…
A 26, pur avendo ancora tre anni di contratto con il Verona, ho chiesto la rescissione. Fu una scelta ponderata, che a posteriori avrei fatto anche prima: mi sentivo più usato che valorizzato. Non fu quindi una scelta dolorosa: a livello professionistico non c’erano offerte che mi convincevano, così sono tornato dalle mie parti, in Serie D all’Este. Non l’ho mai vista come una bocciatura, anzi, non vedevo l’ora di divertirmi come una volta. Non ho più giocato nel professionismo, ma sono tornato a sentirmi bene con me stesso e con il calcio.

Dove hai giocato?
Dopo Este, ho giocato al San Paolo Padova, Real Vicenza, Kras Repen (ai confini con la Slovenia),  poi vicino casa a Noale dove è iniziata la mia seconda vita lavorando in un bar con mio fratello, Union Pro, Robegano e infine Trebaseleghe, dove sono rimasto per tre anni da calciatore e, dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, sono entrato nella dirigenza. Tra i dilettanti, ho sempre trovato realtà molto belle dove mi sono divertito e mi sono sentito protagonista, a conferma della bontà della scelta che feci a 26 anni.

Come descriveresti lo Stefano Pastrello calciatore?
Prima di tutto altruista, poi sempre pronto ad aiutare e, secondo i riscontri dei mie ex compagni, uomo spogliatoio, per tutto quello che davo in campo e fuori. Non segnavo molto, ma facevo fare gol agli altri.

Due anni fa sei passato “dietro la scrivania”, come è stato questo salto?
Il presidente dell’Ambrosiana era felice di vedermi al suo fianco e ho accettato subito. Il mio è un ruolo un po’ fluido, né direttore sportivo né dirigente, semplicemente sono una figura che dà una mano al presidente. È una strada che mi piace molto.

Ti manca il campo?
No, sinceramente no. Pur andando spesso in campo amando stare con la squadra, non mi manca la partita in sé o l’allenamento.

Ti piacerebbe allenare?
Non mi ha mai ispirato come idea, non mi vedo come allenatore.

In questi anni, hai visto il calcio cambiare o quello di otto/dieci anni fa è uguale a quello di oggi?
Sicuramente sta cambiando e, purtroppo, a livello qualitativo verso il basso. Questo non vuol dire che il calcio stia finendo, però significa che stanno cambiando tante cose e c’è un modo diverso di vedere lo sport, in tutti ruoli, dalla società all’allenatore fino ai ragazzi. Alcuni di questi non vivono il calcio al 100% e anche per questo vorrei rimanere nel mondo del calcio, per portare il mio esempio, la mia esperienza a questi ragazzi. 

Andrea Bonso
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