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Paolo Birra: "Nel calcio giovanile il risultato è ancora troppo importante: manca una cultura sportiva"

23 Aprile 2020

Ai microfoni di CalcioScout c’è Paolo Birra, allenatore dell’U17 del Pescara con una lunga carriera che l’ha visto protagonista in alcuni dei più importanti settori giovanili del Nordest.

Da dove inizia la sua storia?
La mia storia inizia a Castello di Godego, in provincia di Treviso. Abitavo a 20 metri dal campo sportivo comunale del mio paese, quindi è quasi inevitabile l’amore a prima vista per il calcio e il conseguente avvicinamento a quel mondo che mi vede prima come giocatore nelle giovanili biancoazzurre e poi, a 19/20 anni, come provetto allenatore di giovani calciatori.

Successivamente, dopo aver conosciuto Lorenzo Simeoni all’ISEF di Padova (eravamo compagni di corso), accetto il suo invito di passare al Loreggia Calcio per partecipare ad un’esperienza che sarà fondamentale nel mio percorso di allenatore 

Negli anni seguenti lavoro nella Scuola Calcio del Calcio Padova e da lì poi direttamente al settore giovanile professionistico, a Bassano, Trento, ancora Bassano, Vicenza per poi tornare a Padova, poi ancora Vigontina, Giorgione, Rappresentativa Veneta Regionale e poi eccomi qua a Pescara da tre anni, dove ho allenato l’U14, sono stato secondo in primavera e collaboratore tecnico in prima squadra per sette mesi e infine U17.

Sono state tutte esperienze significative nel mio percorso di crescita, da quelle più difficili e complesse a quelle più belle e gioiose. In particolare, ricordo con affetto Padova, Vicenza, Bassano e l’attuale a Pescara, che mi ha dato modo anche di avvicinarmi per la prima volta al mondo delle prime squadre. 

Cosa pensi dei settori giovanili in Italia?
Per quanto riguarda il mio pensiero sui settori giovanili in Italia, il discorso sarebbe lungo e complesso, ma un paio di spunti vorrei esporli o perlomeno condividerli. Penso che il problema di fondo rispetto ad altri Paesi europei sia principalmente la mancanza di una certa cultura sportiva che venga vissuta nel suo modo più profondo ed etico come valore di vita sociale, ovvero lo sport come veicolo di crescita umana condivisibile. In Italia siamo ancora troppo ancorati al risultato e meno al come venga conseguito: andrebbero premiati prima impegno e prestazione, poi risultato e classifica. Va anche detto che comunque negli ultimi anni sono stati fatti molti passi in avanti e auspico alcune modifiche come: 

- La possibilità di allenarsi di più almeno cinque giorni su sette come in gran parte d’Europa (serve un piano nazionale coordinato con la scuola);
- Giocare più partite nell’arco dell’anno;
- Regole che prevedano almeno fino all’U16 che tutti i giocatori in lista debbano giocare almeno un tempo della partita (fine primo tempo sette giocatori escono e sette subentrano per una crescita omogenea di tutti gli elementi in rosa).

Un pensiero sul momento delicato che stiamo vivendo?
Dal punto di vista sportivo, mi auguro che, per il bene dei nostri ragazzi, si sappia essere lungimiranti, con la volontà di investire anche più di prima nei settori giovanili nella formazione, nella professionalità e nella specializzazione. Taylor, un famoso economista, diceva che i migliori investimenti si fanno nei momenti di crisi. Mi auguro che per il mondo del settore giovanile italiano prenda spunto.

Andrea Bonso

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