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A tu per tu con Danilo Castellano

29 Giugno 2018

Ai microfoni di CalcioScout c’è Danilo Castellano, giovane osservatore che ci racconta che cosa significa oggi fare questa professione.

Presentati ai nostri lettori. Salve sono Danilo Castellano, nato a Belvedere Marittimo in provincia di Cosenza il 19 Giugno 1986. Dopo aver giocato a livello giovanile, dal 2010 ho intrapreso la carriera di osservatore calcistico. Ora, dopo l'ultima esperienza al Torino, mi sto guardando in giro per trovare la soluzione migliore per dare conitnuità al mio lavoro.

Quando hai capito che “da grande” avresti fatto l’osservatore? Innanzitutto grazie alla passione: senza di essa non avrei mai fatto il “grande passo”, ma anche la voglia di partecipare, di fare parte di quel bellissimo mondo chiamato calcio. Poi vedendo e rivedendo diverse partite di varie categorie iniziavo a capire che avevo un gran fiuto nello scoprire nuovi ragazzi di prospettiva, specialmente nelle categorie inferiori.

Come si diventa osservatore? Non è facile diventare un buon osservatore calcistico. Per prima cosa va detto che la professione non è delle più semplici. Ogni settimana si devono macinare tanti chilometri, sia in Italia ma anche all’estero, per vedere più partite possibile. La concorrenza poi non manca, quindi è fondamentale acquisire un ricco bagaglio di conoscenze prima di iniziare. Alla base del lavoro dell’osservatore di calcio c’è il rapporto dettagliato che ogni volta va stilato per ogni giocatore osservato. 

Raccontaci la tua esperienza? Dal 2010 ho intrapreso la carriera di osservatore calcistico. Inizio collaborando per diverse società dilettantistiche dove raggiungo risultati abbastanza soddisfacenti, avendo un gran fiuto nel selezionare giovani di buona prospettiva e valorizzare così il settore giovanile di loro appartenenza. Dal 2012 inizio la mia avventura lavorando come osservatore per società professionistiche. Nel 2015 ho intrapreso un rapporto di lavoro anche all’estero, in Spagna.

Come lavori? “Io dico sempre: tra i 6 e 12 anni bisogna giocare per imparare; tra i 12 e 16 anni bisogna imparare a giocare. Le caratteristiche del giovane calciatore vanno considerate in modo diverso in base all’età. Nei più piccoli guardo maggiormente la coordinazione e le capacità cognitive, con un po’ di attenzione alla tecnica. Quest’ultima si può affinare nel percorso formativo, mentre le prime due sono le caratteristiche innate del talento. Nel percorso di crescita si dovrebbe osservare il miglioramento delle capacità tattiche e fisiche fino al raggiungimento di un equilibrio a buon livello tra tutte le caratteristiche, quando il giovane è completamente formato tra i 17 ed i 19 anni”. Ci sono tanti buoni giovani calciatori, ma il fuoriclasse è sempre più difficile trovarlo. È cambiata la nostra cultura del calcio, negli anni si è curato sempre di più il “business calcio” e sempre meno i valori dello “Sport Calcio”. Mi capita di vedere spesso inibire le giocate individuali a giovanissimi calciatori al solo scopo di raggiungere i risultati di squadra.  A cosa serve vincere un campionato giovanile se poi non si riescono a formare campioni? Il problema, ahime, è alla base purtroppo... 

Cosa cerchi in un giocatore? Un errore abbastanza comune dell’osservatore alle prime armi consiste nel farsi ingannare dalla struttura fisica o dalla capacità tecnica del calciatore sotto osservazione. Erroneamente viene ritenuto calciatore di prospettiva il calciatore dotato di struttura fisica al di sopra della media oppure il calciatore con tecnica sopraffina. Non bisogna farsi ammagliare dalle suddette caratteristiche! Bisogna andare a fondo nell’analisi del calciatore, non ci si può soffermare solo sulla struttura fisica o sulle qualità tecniche. Occorre individuare se il calciatore sia anche dotato di buoni tempi di gioco. In altre parole, non si può affermare che un calciatore capace di fare buone giocate, giocate importanti, sia al 100% un calciatore di talento, di sicura prospettiva. Mentre osserviamo il giovane calciatore, infatti, dobbiamo accorgerci che le giocate sono eseguite in maniera naturale, le cose difficili devono apparire realizzate con facilità. Ecco il talento: il ragazzo aspetta una frazione di secondo in più per eseguire la giocata, ciò per ritardare la giocata stessa e portare a segno un assist per un compagno con i tempi giusti! Oltre alla qualità tecnica – calcia bene e indirizza ottimamente il pallone – fa la giocata al momento giusto, indirizza il gioco con i tempi giusti, spiazzando anche gli avversari di gioco. Il calciatore è un giovane di prospettiva perché, oltre a una tecnica di base eccellente, possiede la naturalezza del gioco, sa quando passare la palla, sa individuare il tempo giusto per passare la palla ai compagni, e, non per ultimo, fa tutto questo con apparente facilità.    

Perché è così difficile per un giovane sfondare nel calcio dei grandi? Sempre meno calciatori abili nell’uno contro uno, sempre meno difensori in grado di eseguire un tackle perfetto. Le nuove tecnologie e l’allontanamento dal calcio di strada hanno portato il movimento italiano, su tutti, ad una mancanza di talento assoluto. Poi nella nostra cultura diamo molta importanza ai calciatori blasonati oppure affascinanti dal ragazzo straniero tralasciando i nostri vivai e di conseguenza anche la nostra nazionale rispecchia il lavoro non fatto.

Favorevole alle squadre B? Sono nettamente favorevole alle seconde squadre, ritengo che sarebbe un grandissimo vantaggio per la crescita dei giovani. Però vado oltre, per me può essere un valore aggiunto anche per la Lega Pro perché diventerebbe una vetrina. Certo, bisogna introdurre con attenzione tante regole che non vanno a ledere club di Serie B e Lega Pro perché bisogna avere rispetto per le squadre che lavorano e lottano da tanti anni in questo campionato, Io però sono per il cambiamento e l'innovazione, e quando parliamo di crescita dei giovani la dimostrazione si è avuta in Spagna dove si arriva in prima squadra già con qualcosa in più. A me piace, e con i giusti accorgimenti mi trova d'accordo.

C’è una crisi a livello tecnico in Italia? La crisi del movimento è da ricercare già nel fallimento del mondiale in Brasile nel 2014. A quell’eliminazione reagimmo così come abbiamo reagito alla sconfitta con la Svezia. È chiaro che in una situazione del genere va ricercato un capro espiatorio, ma non mi sembra che la decisione presa nel 2014 abbia maturato i suoi frutti. Piazzare sulla panchina della Nazionale un allenatore di livello non servirà a rivitalizzare un sistema che ha bisogno di essere rivoluzionato a partire dalla sua base, affinché approdino in prima squadra nuovi talenti, giovani, in grado di competere con i loro colleghi internazionali. I ragazzi italiani nascono non soltanto con la passione ma anche con la predisposizione al gioco del calcio. Dal mio punto di vista il problema principale è il processo di formazione al quale sono soggetti che non ne mette in risalto le caratteristiche. Spesso gli allenatori dei settori giovanili sfruttano l’opportunità che hanno più per affermarsi individualmente che per promuovere la crescita dei più giovani. Così un dodicenne viene privato della sua creatività, della sua inventiva, in nome di uno schema tattico da perseguire rigidamente, e poi, giunto alla maturità, ci si aspetta che salti l’uomo e dribbli gli avversari. Gli allenatori dovrebbero mettere da parte per un attimo la tattica e lavorare sui fondamentali fisici, ma soprattutto tecnici, dei ragazzi che hanno a disposizione perché anche lavorando bene si posso conseguire risultati importanti. Serve un’inversione di rotta totale che ripristini il calcio in strada, quella faccia naif della medaglia che in Italia è scomparsa da tempo. 

Sogno nel cassetto? Mi piacerebbe molto lavorare sempre come osservatore per un top club inglese oppure un futuro da direttore sportivo.

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