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A tu per tu con Giovanni Costantino

25 Giugno 2018

Ai microfoni di CalcioScout c'è Giovanni Costantino, giovane allenatore (uno dei migliori al corso di Coverciano) che ha già alle spalle esperienze in Finlandia, Ungheria e Slovacchia e che ora è assistente di Marco Rossi nella nazionale dell'Ungheria.

Presentati ai nostri lettori. Sono Giovanni Costantino, allenatore messinese di 33 anni. Ho avuto esperienze internazionali e ho allenato in Finlandia, Ungheria e Slovacchia. Penso di essere un allenatore con grande cultura del lavoro e molto attento a tutte le evoluzioni che riguardano questo mestiere. Vado cercando sempre un miglioramento quotidiano e penso che ci sia sempre la possibilità di imparare cose nuove.

Quando hai capito che il calcio sarebbe diventato il tuo lavoro? Non c’è un momento preciso, è stata un’evoluzione naturale giorno per giorno che mi ha portato nel corso degli eventi a diventare professionista. Ancora adesso mi viene difficile chiamarlo “lavoro” perché per me è un divertimento, ho la fortuna di fare il mestiere che mi piace ma dentro di me anche se non lo facessi di professione lo farei in maniera professionale. Non è la categoria o il contratto che rende un allenatore professionista ma la mentalità che ha quando lavora.

Lasciare il lavoro in ferrovia per il calcio è stato un po’ come un salto nel vuoto? Effettivamente a distanza di anni posso dire di si, sul momento non lo pensavo ed ero molto convinto della mia scelta, ma guardando con gli occhi “esterni” posso dire che lasciare un lavoro a tempo indeterminato per un contratto annuale a 4000 km da casa e per un terzo dei soldi al mese penso sia stato un vero salto nel vuoto.

Alla fine, però, ha ripagato. Raccontaci le tue esperienze. Come e dove hai iniziato ad allenatore? Ho iniziato direttamente in Finlandia dopo aver lasciato la ferrovia, quindi si trattava veramentedi un salto nel vuoto. Ricordo che arrivai ad ottobre dove le ore di luce erano molto poche e al primo allenamento mi diedero una squadra di under 12 dove solo un ragazzino riusciva a fare dieci palleggi. Ma non per questo mi sono scoraggiato, mi sono rimboccato le maniche e ho avuto grandi soddisfazioni. Mi trovavo a Porvoo al FC Futura che grazie a Roberto Nuccio (allenatore attuale del Gnistan) ha creduto in me e mi ha dato l’opportunità di lavorare.

Hai ottenuto il diploma di miglior studente al corso di Coverciano, grande soddisfazione? Si molto, ma non per il fatto di essere uno dei migliori, ma per una cosa personale perché ti gratifica oltre tutti i sacrifici che ho fatto in questi anni. Al mio corso ho avuto la grande soddisfazione di essere menzionato dalla commissione insieme a Paolo Zanetti, allenatore del Sudtirol, Michele Filippi, allenatore dell’Olbia, Raul Bertarelli, allenatore della Giana Erminio, ed Elia Pavesi, che ha allenato quest’anno in Serie D. Ma al di là di questo, l’esperienza di condivisione con allenatori e allenatrici molto preparati mi ha permesso di fare un ulteriore passo in avanti e di conoscere professionisti meravigliosi.

Perché poi sei andato l’estero? Raccontarci le tue esperienze. Per uno come me in Italia non c’era alcuna possibilità di allenare a tempo pieno in Italia, per il semplice motivo che non avevo nessuna esperienza di calciatore professionista. Ricordo che mi proposero di allenare una squadra di esordienti di una società di Eccellenza, sarebbe stata comunque una buona esperienza ma volevo fare questo a tempo pieno. All’estero come ho detto sono stato al Futura per poi passare alla Serie A Femminile come capo allenatore dell’Aland United raggiungendo i playoff per il titolo. Nelle ultime due stagioni sono stato contattato da Marco Rossi (neo ct dell'Ungheria n.d.r) per far parte dello staff come assistente e match analyst, e ho lavorato con lui alla Honved in Ungheria e in Slovacchia al DAC. In entrambi i casi siamo stati bravi a raggiungere il miglior risultato degli ultimi 25 anni per entrambe le società, vincendo il campionato con la Honved e raggiungendo l’Europa League con il DAC

A quale esperienza sei più legato? Ogni squadra mi ha lasciato qualcosa sia sotto l’aspetto umano che professionale. Il settore giovanile lo chiamo il mio “laboratorio” dove ho potuto sperimentare tantissime cose e prendere confidenza con un mondo giovanile molto diverso da quello italiano. Con l’Aland United ho messo in pratica le mie idee a un buon livello e ho conosciuto il mondo femminile che ha delle particolarità e non ha nulla da invidiare al mondo maschile sotto l’aspetto tecnico e tattico. Alla Honved e al DAC facendo da assistente ho visto le cose sotto un altro punto di vista riuscendo a confrontarmi con giocatori di alto livello e portando delle idee tattiche che utilizzavo anche prima e che ho visto riescono ad essere efficaci anche nel Calcio maschile.

Cosa significa vincere un campionato in Ungheria? E’ sicuramente una grande emozione, in un Paese di grande tradizione. Arrivai che eravamo quinti in classifica e mai nessuno si sarebbe aspettato questo risultato. Ma i giocatori sono stati fantastici e sono andati oltre i propri limiti. Se ci penso ancora non riesco a crederci ma questa emozione la porterò per tutta la vita.

Il momento più duro nel calcio? I momenti più duri sono tanti, molti più di quanto una persona possa immaginare e riesca a vedere nelle vittorie. Posso menzionare tutte le volte che sono rimasto deluso da società che non mi hanno voluto, specialmente nei primi tempi dove non avevo curriculum e non avevo alcuna possibilità né di lavorare né di avere almeno un colloquio, questo era molto frustrante. Ma con il tempo ho avuto persone che hanno creduto in me e grazie al cielo sono riuscito sempre a ripagare con professionalità e risultati sul campo.

Guardando da fuori, che cosa puoi dire del movimento calcio italiano? Mancano strutture e investimenti sugli allenatori e sui giovani, si parla tanto e si fa poco ma fino a quando si punta al risparmio e non c’è meritocrazia faremo poca strada. Sotto l’aspetto tecnico si privilegia sempre il risultato e non i mezzi per raggiungerlo. Bisognerebbe cercare di giocare bene e creare un gruppo, attraverso quello migliorare i singoli e di conseguenza ci saranno dei risultati. Serve un radicale cambio di mentalità, gli altri paesi ci stanno superando perché si stanno modernizzando e anche gli allenatori cercano di proiettarsi nel futuro.

Andrea Bonso
@abonstweet

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