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Settore Giovanile: Ma chi l'ha detto che i genitori è meglio lasciarli fuori?

03 Marzo 2016

Oggi lascio spazio alle considerazioni di Lilli che merita tutta la nostra attenzione.

Faccio solo una piccola introduzione con un pensiero personale, 

in riferimento al titolo, bhè... io da orfano di papà a soli 9 anni, detesto quella frase che per far capire che i genitori dovrebbero "stare lontani" molti dirigenti e allenatori dicono e cioè:" è meglio allenare una squadra di orfani (certo capisco le difficoltà e quanto più semplice sarebbe il tutto..)".

 

Quanto dice in merito Lilli nel suo articolo di oggi credo possa essere molto interessante e per questo la ringrazio pubblicamente.  

Lorenzo Simeoni (Allenatore Giovanissimi Nazionali Bassano Virtus). 

 

 

di Lilli Zanatta:

 

È stato detto quasi tutto su questo argomento. Sono state realizzate quasi tutte le “istruzioni per l’uso” sul comportamento dei genitori sia a bordo campo, sia nei riguardi in genere degli operatori e dei contesti sportivi. La cronaca riporta con una certa frequenza episodi irriguardosi in merito.

Il mio contributo in questo senso allora vuole essere semplicemente una piccola e diversa aggiunta al “quasi tutto detto”, che parte dalla mia personale esperienza come Counselor sistemico e sportivo. Ho proposto e svolto Incontri Formativi coi genitori di diverse squadre del settore giovanile di un’associazione sportiva di calcio: Piccoli Amici, Pulcini, Esordienti, Giovanissimi e Allievi (naturalmente dopo aver conosciuto e incontrato gli atleti delle relative squadre).

Incontri: perché credo nello scambio umano tra le persone, perché l’incontro (il “trovarsi di fronte”) è il primo passo di ogni relazione (e anche di ogni passione), perché ho sperimentato che l’incontro è utile, perché nessuna conoscenza (e anche nessuna teoria) serve se non per esprimersi in un incontro, perché sono una ricercatrice di risorse.

Formativi: inteso come dediti al passaggio (alla comunicazione) di conoscenze, contenuti, capacità, pensieri, modi di essere, attività; un processo che necessita di tempo, sennò era una riunione!

Le mie conclusioni: quanto più – come operatori – si esclude (leggi “i genitori dal contesto sportivo”) tanto più si ingigantisce la distanza (leggi “tra genitori e società sportive, tra genitori e figli”). Dove c’è esclusione c’è distanza e dove c’è distanza non c’è incontro, non c’è accoglienza, non c’è proprio un bel niente. Ha più senso conoscersi e integrarsi. Per i figli, piaccia o no, la presenza dei genitori ha sempre un senso, e credo vada lasciata a loro la libertà di gradire o meno i propri genitori presenti alle partite e a questi ultimi il diritto di rispettare questo desiderio dei figli. D’altra parte questa “presenza” può essere di vario genere e forma: vivace, allegra, delicata, silenziosa, forte, energica, anche solo sentita, mica per forza fisica! Il problema è quando non c’è: nulla, per un figlio (calciatore o meno), può sostituire la presenza di un genitore quando voluta e il suo genitore è per lui il miglior genitore. Nessuna associazione, nessun esperto, nessun operatore, nessun fatto può ergersi al di sopra di questa verità e, se lo fa, ne ha conseguenze davvero poco efficaci.

L’incontro con i genitori è un privilegio! Insieme si superano le incredulità, le curiosità, il timore anche, la diffidenza, l’attesa, il sospetto (a volte reciproci!), giocando, ridendo, parlando, sperimentando. Potrebbe essere per tutti gli operatori sportivi un’occasione molto speciale di scambiare strumenti nuovi e soprattutto utili per stare insieme bene e meglio, in campo, fuori campo. La vicinanza crea fiducia ed unisce. Non tutti i genitori partecipano, naturalmente, ma si può dare energia a chi c’è ed è pronto ad accogliere e comprendere.

Lascio con questo passo, che è scaturito dalla nostra spontanea creatività in quei momenti: <Può sembrare, ma non sono la paura di non potercela fare. Può sembrare, ma non sono la rabbia verso chi “non mi fa segnare”. Mi vedi? Mi guardi? Ora, che non posso escluderti! Ora che posso accoglierti smetto di giudicare; grazie all’occasione perfetta, che arriva quando non la si aspetta, grazie a me che non me lo so spiegare eppure sento quando mi posso fidare. Il mio grazie più grande va sempre a (leggi “te compagno”, leggi “te genitore”) che continui a portarmi fin là, dove non pensavo di arrivare (leggi “al gol”, leggi “a fare calcio”)>.

 

 

Lilli Zanatta

 

Counsuelor sitemico operativo 

 

http://www.lillizanatta.com/

 

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