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L’Italia “dai piedi buoni”, da Fulvio Bernardini a Roberto Mancini

17 Marzo 2020

L’esperimento della “Nazionale dai piedi buoni” risale al 1974, L’Italia esce a pezzi dal mondiale in Germania di quell’anno.

L’Italia in mano a Fuffo

Per tutti, quello è il mondiale di Chinaglia che manda a quel paese, e anche peggio, il commissario tecnico Valcareggi, durante la partita contro Haiti, partita vinta per 3 a 1 dagli azzurri.

Il momento incriminato è durante la sostituzione del numero nove laziale per Anastasi, al 70′ minuto, lo stesso calciatore segnerà poi il terzo goal per gli Azzurri, ma il gesto di Giorgio Chianaglia catalizzerà l’attenzione delle cronache del tempo insieme al piazzamento finale della competizione: terzi, dietro alla sorprendente Polonia, prima, e all’Argentina, seconda.

Si scriverà molto, negli anni, di quel mondiale e di quella nazionale: un gruppo spaccato in due, formato dai “vecchietti” e i “giovani in rampa di lancio”. Probabilmente Chinaglia era la miglior espressione di quel secondo blocco.

Purtroppo l’avventura in azzurro di “Long John” finirà con il “vaffa” a Valcareggi. Dopo il disastro di quei mondiali, l’allora presidente della federazione, Artemio Franchi, affiderà l’incarico di ricostruire sulle macerie a Fulvio Bernardini che accetterà l’incarico soltanto dopo aver ricevuto “carta bianca”.

Si autodefinirà “commissario unico”, andando ad osservare personalmente i calciatori nei ritiri delle squadre. A Bearzot l’under 23, a Vicini l’under 21.

Verrà convocato in pianta stabile il ventenne Antognoni, mentre vengono  fatti fuori dal giro Azzurro due monumenti come Rivera e Mazzola, con conseguenti critiche da parte della “Milano del pallone”.

Critiche che “gli faranno compagnia” fino al suo avvicendamento nel 1975 con il commissario tecnico dell’Under 23. Bernardini comunque resterà in ambito azzurro, come direttore tecnico di tutte le squadre azzurre, ruolo che poi lascerà nel 77, perché sentiva di essere di troppo, visti i rapporti con il c.t. Bearzot non proprio idilliaci.

Quella nazionale sarà ricordata per il forte ricambio generazionale voluto da Fulvio, Fuffo nel suo periodo romano, Bernardini.

Ben quattro i titolari innestati dall’under 21 e un tasso di fiducia verso i giovani mai visto prima e raramente replicato. Trentuno, invece, i debuttanti in otto partite ufficiali. Dati che testimoniano un cambio di rotta forte e inevitabile.

A testimonianza di quella nazionale e di quell’idea di nazionale aggiungo le parole di Giorgio Tosatti : «Il delicato periodo di passaggio fu gestito, con mano salda e assoluta noncuranza dell’impopolarità, da Fulvio Bernardini, che collezionò sconfitte e feroci critiche, ma riuscì a formare un nucleo di freschi talenti accomunati dalla qualità tecnica (i ‘piedi buoni’, il cui simbolo era considerato il giovane Giancarlo Antognoni) e dalla disciplina di squadra».

Mancini-Bernardini

Paragonare, oggi, Mancini a Bernardini è una forzatura che non mi sento di fare ora, certo la strada presa dal tecnico di Jesi sembra quella: tante le facce nuove a Coverciano, con ragazzi convocati non solo dalle big del campionato, con un occhio rivolto anche all’estero. Diverse prove tattiche, in partite ufficiali. Qualche esclusione eccellente e spazio ai più tecnici. Così come per Bernardini dopo la sconfitta, per 3a1, con l’Olanda di Cruijff, superiore per tecnica e dinamismo. Una partita che segnò l’allora c.t. che definì poi quella partita importante: perché i suoi calciatori ne avrebbero avuto beneficio da quella lezione.

Bernardini, che ammirava il gioco moderno degli olandesi, imposterà la sua nazionale proprio su quel gioco moderno, dando un’interpretazione tutta italiana: unendo i migliori talenti a disposizione, con le caratteristiche psico-fisiche di quel modo di intendere il calcio. 

Anche per Mancini possiamo trovare una sconfitta-spartiacque: quella con il Portogallo, nel 2018. La nazionale Lusitana puntò sul palleggio riuscendo a tenerci nella nostra metà campo per tutta la partita, imponendosi alla fine per 1-0. Stesso modo di giocare proposto dalla nazionale azzurra, con il tridente offensivo “dei piccoli” che ha convinto, e che sembra aver trovato in Bernardeschi il nuovo leader degli azzurri.

Da quel match sono passati due anni, il numero dieci degli Azzurri non sta vivendo la sua migliore stagione e a questo vanno aggiunte anche le parole di Gianni Infantino, numero uno della FIFA, sui prossimi Europei di calcio a proposito dell’emergenza Coronavirus.

Il senso di questo pezzo, però, non è da ricercare nella contemporaneità della cronaca istantanea.

Il paragone tra le due nazionali Azzurre affonda le radici nel passato e nelle cicliche circostanze che la storia sa proporre. Il lavoro dell’attuale c.t. non va visto a breve termine, perché l’eredità di macerie raccolta dopo il “naufragio Ventura” non permetteva di guardare all’immediato presente con ottimismo.

I frutti attuali sembrano essere ottimi: l’Italia è una delle favorite ad EURO 2020 (sempre che si giochi), l’Under 21 è stata affidata a Nicolato, dopo un Mondiale Under 20 ottimo. Buttando un occhio al passato forse il vero lavoro di Roberto Mancini si vedrà tra qualche anno, così com’è stato per il compito svolto da Fulvio Bernardini e la sua riforma, non rivoluzione.

Astio Ciarlatani

@astiociarlatani

Tutte le foto e le informazioni sono state trovate su internet.

 

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