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Non esistono cose facili o difficili

26 Novembre 2019

 

Non esistono cose facili o difficili. Esistono cose che sappiamo fare e che non sappiamo fare. Nel giovane calciatore, dove la formazione spetta a noi addetti ai lavori, prevalgono ovviamente le cose che i giocatori non sono ancora in grado di fare o che comunque possono e devono migliorare.

Quante volte proponiamo un esercizio affermando: “Dai che è facile”, “Adesso facciamo un esercizio facile” ?…

Questo tipo di approccio potrebbe essere controproducente per due motivi principali:

  • I più bravi sottovalutano il lavoro svolgendolo in maniera superficiale;

  • I meno abili perdono ulteriore autostima ritenendosi incapaci perché non riescono a svolgere un esercizio considerato facile.

Una strategia probabilmente corretta di proporre una fase di allenamento potrebbe essere senza troppi contenuti e priva di giudizi da parte dell’allenatore. A quest’ultimo infatti spetta di valutare e considerare se l’esercitazione proposta possa essere arricchita di difficoltà (tecniche, cognitive..) oppure debba essere snellita di tali elementi.

Sicuramente i mister possono mostrare un gesto tecnico oppure lo svolgimento di un particolare esercizio in quanto vi è apprendimento anche grazie alla visione dell’esecuzione stessa (neuroni specchio). A volte però, può essere importante far eseguire una prova a un membro della squadra, un bambino capace e visto “alla pari” se confrontato con l’allenatore che è considerato come il maestro, il punto di riferimento calcistico.

Anche ciò fa percepire in maniera differente il concetto di facile/difficile.

Allo stesso modo anche la percezione del sé e delle proprie competenze influenzano tale aspetto ed è opportuno quindi far sì che ogni giocatore abbia delle esperienze positive da ogni esercizio che svolge.

La proposta deve essere ovviamente stimolante e non eccessivamente “semplice” al fine di produrre un miglioramento in ogni singolo calciatore. L’ideale sarebbe individualizzare il lavoro ma, essendo particolarmente complicato, si tende a omogenizzare le richieste con l’obiettivo di riuscire a terminare la seduta di allenamento senza difficoltà e senza intoppi.

In tal modo tutti gli atleti, siano essi più o meno abili, riescono ed ogni singolo istruttore può ritenersi soddisfatto.

Siamo riusciti in questo modo a risolvere un problema? Oppure lo abbiamo semplicemente aggirato?

Una possibile alternativa potrebbe essere quella di creare gruppi di lavoro omogenei per qualità, aspetti coordinativi, età biologica ecc.. a seconda del tipo di lavoro che si andrà a svolgere. Cosi facendo ogni atleta è calato in una realtà il più vicino alla sua e ogni giocatore è ambientato in un contesto dentro il quale può ritenersi libero di esprimersi. Sicuramente questa modalità permette un confronto alla pari dal quale si può ottenere un maggiore miglioramento delle abilità, è però importante (soprattutto nei primi calci, pulcini) calibrare bene queste divisioni in quanto sappiamo come nella giovane età i cambiamenti sono all’ordine del giorno.

I vari gruppi di lavoro pertanto non sono mai da considerarsi a lista chiusa in quanto va premiato l’impegno, la presenza, il comportamento e la costanza oltre che i singoli miglioramenti!

Ritengo che l’onesta, la trasparenza e la coerenza delle proprie parole e azioni possano solo che aiutare ad applicare questo atteggiamento nei confronti di ogni singolo atleta e far si che si viva l’ambiente sportivo nella maniera più serena possibile.

Mariano Angelico

(Master SBS in Strategie per il Business dello sport, Laureato in scienze motorie indirizzo calcio, Allenatore abilitato Figc, Master AICS in Fitness, attualmente istruttore attività di base Fc Union Pro 1928)

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