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La specializzazione precoce ed il drop out sportivo

20 Settembre 2019

Una delle problematiche a cui assistiamo più spesso è legata al processo di avviamento alla specializzazione sportiva.

Tutto ciò avviene in maniera precoce in quanto non vengono considerati i bisogni del bambino-giovane atleta e della psicologia dello sviluppo dello stesso. Anticipare gli obiettivi tecnici legati alla categoria per esempio, considerare i bambini già come calciatori e riempirli di informazioni prettamente calcistiche non coerenti con l’età, dare priorità e maggiore importanza ai più bravi perché utili a vincere le partite sono tutti atteggiamenti che quando vengono applicati si ripercuotono negativamente sui giovani atleti.

L’abbandono precoce dello sport (drop out) è sicuramente una delle possibili conseguenze.

Tra le cause ci sono sicuramente i problemi legati al tempo per lo studio, le distrazioni, il benessere, ma lo sport gran parte delle volte ricopre le maggiori colpe.

I giovani amano lo sport, soprattutto come occasione di socializzazione e di divertimento.

Questo interesse però può venir meno quando le motivazioni cominciano a ridursi fino a scomparire.

La motivazione è spesso influenzata dalla percezione che si ha di sé, ossia di cosa si pensa di essere in grado di fare.

Sentirsi competenti o meno in un qualcosa.

Quando la percezione del sé è bassa allora si preferisce abbandonare, allontanarsi da ciò che risulta difficile o comunque non alla propria portata.

I principali approcci teorici che basano il concetto di motivazione all’ambito sportivo sono:

–        La teoria dell’auto-efficacia (Bandura, 1977)

L’autoefficacia riguarda la convinzione di poter eseguire con successo il comportamento richiesto per produrre tali risultati, questa caratteristica è allenabile attraverso un automonitoraggio (continua riflessione su se stessi), attraverso l’identificazione di sotto-obiettivi e l’utilizzo di incentivi tangibili (essere convocato, partecipare ad una gara importante..)

L’autoefficacia è uno dei tre obiettivi della teoria social-cognitiva di Bandura insieme agli obiettivi personali (motivazione di impegnarrsi in comportamenti specifici o raggiungere determinati livelli di prestazione) ed alle aspettative di risultato (stima del fatto che un determinato comportamento condurrà a certi risultati).

L’autoefficacia non è una percezione generalizzata, ma specifica ed ha origine da esperienze vissute risultate efficaci, esperienze di imitazione (lo ha fatto lui quindi posso farlo anche io, naturalmente con un paragone possibile), persuasione verbale (il mister per esempio), condizione fisiologica e affettiva (sentirsi in forma, in buona condizione emotiva). In definitiva possiamo affermare che l’autoefficacia è importante in quanto determina l’intenzione di mettere in atto un comportamento, la quantità di impegno nel perseguire l’obiettivo, la persistenza nel continuare a sforzarsi, nonostante le barriere che possono ostacolare la motivazione e il grado di successo.

–        Il modello teorico motivazionale di Weiner

Il modello teorico motivazionale si basa sulla convinzione che il comportamento di una persona sia influenzato sul processo di attribuzione causale in quanto gli individui tendono ad attribuire dei nessi causali agli eventi. Questo perché l’obiettivo è quello della conservazione della vita/specie e quindi dobbiamo vivere in un ambiente il più prevedibile possibile. Attraverso quest’ottica quindi di attribuire una causa che ha portato ad una certa prestazione considerata di successo oppure fallimentare egli cerca di dare un senso agli eventi. Abbiamo affermato che si vuole creare un ambiente il più prevedibile possibile pertanto si cercano delle cause formulando delle ipotesi per prendere poi delle decisioni.

Le interpretazioni auto conservative che mirano a preservare la propria autostima attribuiscono un insuccesso a fattori esterni (non è dipeso da noi) mentre si attribuisce un successo a fattori interni (bravura, competenza).

I bambini attribuiscono i successi all’impegno e all’abilità mentre per quanto riguarda gli insuccessi prevale un’attribuzione sulla difficoltà del compito. Risulta evidente come diventa fondamentale dare ai bambini dei feedback sull’impegno per fare bene ed avere quindi ei successi. Per i bambini è più abile colui che si impegna di più.

Gli adolescenti invece tendono ad utilizzare le interpretazioni auto conservative e negli sport di squadra questo risulta più evidente rispetto agli sport individuali in quanto si può pensare che sia dipeso da altri.

–        La teoria dell’autodeterminazione (Ryan e Deci, 2000)

Tale teoria ipotizza che la motivazione possa classificarsi in due grandi categorie: motivazione intrinseca ed estrinseca.

Le attività intrinsecamente motivate sono autonome e autodeterminate e sono rappresentate da una spinta interiore dalla quale si trae piacere.. Ogni intervento esterno teso a ridurre la percezione di essere autodeterminate riduce la motivazione intrinseca. Viceversa la percezione di competenze e l’eccitamento che emerge dalle situazioni di sfida la sostengono (rinforzi specifici).

L’impatto motivazionale dei feedback dell’allenatore dipende dal significato di questi messaggi i quali devono essere percepiti ad alto valore informativo (questo per aumentare il senso personale di efficacia) e non controllanti e demotivanti.

La motivazione estrinseca invece è determinata dal fatto che si cerca di ottenere una ricompensa esterna. Risulta evidente quindi come tale motivazione sia priva dell’autodeterminazione tipica della motivazione intrinseca e quindi per soddisfare i bisogni psicologici fondamentali dei giovani atleti è fondamentale favorire lo sviluppo delle spinta interiore. 

–        La teoria dell’orientamento motivazionale (Nicholls, 1984)

L’orientamento motivazionale può essere rivolto al compito (confronto tra compito e performance) o alla vittoria (orientamento al sé dove vi è il desiderio di emergere). Infatti alcuni atleti forniscono il massimo del loro impegno per ottenere il meglio da se stessi ed altri invece vogliono assolutamente vincere ed essere i migliori. Entrambi questi atteggiamenti sono mossi da una forte motivazione anche se orientata in maniera diversa.

L’atteggiamento del giovane è molto influenzato anche dal contesto sociale (ambiente sportivo) che stimola l’orientamento motivazionale in un senso o nell’altro.

Quando l’orientamento del giovane è orientato al compito il suo obiettivo è quello di esibire la sua competenza, la sua bravura sportiva. Il confronto è con se stesso ed egli valuta il suo successo in base alla comparazione tra la sua performance ed il programma motorio memorizzato. Tali atleti scelgono compiti con un livello moderato di sfida e tendono ad impegnarsi anche dopo un insuccesso in quanto motivati intrinsecamente. Considerano il successo dovuto a fattori motivazionali e all’impegno personale e di gruppo, inoltre coloro che sono orientati al compito considerano estraneo il barare e il fornire un’immagine di sé estranea da quella reale.

Quando l’orientamento è rivolto al se si vuole dimostrare la propria competenza rispetto agli altri e si vuole quindi emergere: il successo è rappresentato dalla vittoria. Questi interpretano i risultati come insufficienti solo se hanno molta fiducia nelle loro abilità e comunque, tendono a scegliere obiettivi facilmente raggiungibili. Gli atleti orientati alla vittoria se si stimano poco tendono a ridurre il proprio impegno riducendo il compito in modo tale da non fallire. 

Al fine di ridurre il drop out sportivo può essere utile il modello TARGET grazie al quale è possibile orientare la motivazione degli atleti il più possibile verso il compito.

Il termine “target”, rappresenta l’acronimo dei vocaboli inglesi Task (compiti che prevedono diversi livelli di difficoltà ed obiettivi individualizzati a breve termine), Authority (presa di posizione dell’atleta per compiti di difficoltà equivalenti al fine di sollecitare l’autonomia dell’atleta), Recognition (riconoscimento ed apprezzamento, in privato, del giovane, favorendo la valorizzazione delle sue competenze), Grouping (organizzazione in gruppi, variandoli e sollecitando quindi la collaborazione),Evaluation (valutazione del lavoro condotto dallo sportivo da fare in privato e tenendo conto dei suoi miglioramenti e del suo impegno) e Time (tempo necessario per prendere una decisione in autonomia).

Oltre alla motivazione, stando agli studi condotti le altre cause che portano i giovani all’abbandono dell’attività agonistica sono dettate da:

–        Difficoltà di riuscire a conciliare lo studio con la disciplina sportiva scelta

–        Divergenze con i genitori

–        Incomprensioni con gli allenatori

–        Costi troppo elevati

–        Ambiente non sano (compagni di squadra, spazi ed attrezzature)

–        … 

Il drop out sportivo in età adolescenziale è condizionato notevolmente dal modo di agire societario ed in particolar modo del proprio allenatore. L’attività agonistica induce alla specializzazione e ad una specie di ‘selezione naturale nella quale il più abile è pronto ad emergere e sovrastare il meno abile che è destinato ad essere allontanato e quindi “scartato”.

In questa fase d’età in particolare, con questo tipo di avvenimento il giovane è portato a considerare tale attività fallimentare e quindi fonte di profonda insicurezza ed autostima; in casi più gravi questi individui per ‘competere’ a livello agonistico e considerasi quindi abili possono spingersi a fare utilizzo di sostanze che agiscono in maniera dannosa sulla loro crescita.

Secondo alcuni autori, in Italia, un ruolo molto importante nella diffusione dello sport fra le persone e soprattutto fra i minori, lo ha da sempre rivestito il livello culturale. La mortalità sportiva, l’ingresso ritardato e l’abbandono precoce, sembrano dovuti soprattutto a una bassa scolarizzazione e formazione culturale, ma, nonostante ciò, la scuola italiana sembra ancora oggi molto distante dal riconoscere e sviluppare una reale cultura dello sport che valorizzi il legame tra giovani e attività sportiva. Alcuni imputano il problema dell’abbandono a difetti del giovane d’oggi, troppo appagato da altri interessi, e avrebbe una scarsa attitudine a impegnarsi per qualcosa che costa fatiche e rinunce e non paga immediatamente”. (Chiara Verzellini, Il conflitto in adolescenza. Il caso del drop-out sportivo) 

Il drop out e quindi l’abbandono dell’attività sportiva sono condizionati anche dalle aspettative che si creano nel contesto giovanile. Tutto nasce da una falsa illusione dove si ricerca l’esaltazione dell’io, dell’apparire forte ricco e famoso attraverso il calcio. È ciò che la vita quotidiana ci chiede ed è ciò che molti cercano di raggiungere attraverso la carriera da calciatore. In tutto questo spesso intervengono genitori, parenti e procuratori a minare il percorso di crescita del ragazzo dove gli si chiede di saltare delle tappe, di riuscire e di non perdere mai. Spesso si interviene sulle scelte tecniche del mister, sul suo operato, ci si sostituisce alla sua figura. Assistiamo ad episodi dove arrivano comunicazioni dirette ai giocatori dalla tribuna, dai genitori allenatori. Il presupposto è che si considera talvolta il proprio figlio un fenomeno oppure come un’occasione di riscatto per la carriera non avuta in età giovanile rispecchiandosi quindi nel figlio.

Per ultimo, ma non per importanza, contribuisce al fenomeno del drop out la mancanza di formazione degli educatori, degli allenatori. Talvolta ci si sofferma alla conoscenza tecnica e si pensa che i migliori mister possano essere solo gli ex calciatori o comunque professionisti del settore. Certo, è assolutamente importante conoscere la materia che si tratta, ma è altrettanto fondamentale conoscere con chi abbiamo a che fare, quali possano essere le sue esigenze, le sue richieste e le sue priorità. Talvolta non ci si preoccupa di ciò. Talvolta non si considera nemmeno l’aspetto psicologico, educativo del bambino. Spesso si fanno danni.

In queste righe il riferimento è chiaramente inerente al calcio, ma l’abbandono avviene in tutti gli sport. Certo, stiamo parlando di un’età critica nel quale possiamo dire che l’adolescente entra in crisi ma evidentemente c’è un qualcosa che non va nel modo di proporre lo sport ai ragazzi.

La conclusione è solo una, ed è quella che porta un giovane atleta ad interrompere l’attività sportiva privandolo di tutti i benefici psico-fisici che lo sport produce ed arrecando quindi danno alla sua persona.

Mariano Angelico

(Master SBS in Strategie per il Business dello sport, Laureato in scienze motorie indirizzo calcio, Allenatore abilitato Figc, Master AICS in Fitness, attualmente istruttore attività di base Fc Union Pro 1928)

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