Sei un dilettante o un professionista del mondo del calcio?

Registrati gratuitamente nel nuovo social network dedicato ai protagonisti del calcio e connettiti con compagni, allenatori, dirigenti, tecnici e preparatori atletici, contattali e scopri nuovi talenti grazie alla funzione di Scouting, segui i loro aggiornamenti e quelli delle tue società preferite.

Amministra gratuitamente le informazioni e news della tua società, rilascia comunicati e condividi foto e video.

Iscriviti ora

Attività di base: come orientare la formazione del giovane calciatore?

03 Settembre 2019

Nel seguente articolo sto per presentarvi delle statistiche ufficiali derivanti da uno studio condotto dal CIES football osservatory che mette in evidenza dei dati alquanto preoccupanti inerenti ai calciatori militanti in Italia e comunque nei cinque maggiori campionati europei.

In tale analisi vi è il focus legato alle possibilità di un giovane atleta che possa poi puntare all'obiettivo di svolgere l'attività da professionista.

È noto come la pratica sportiva in Italia rappresenti solo il 29%, dato che ci classifica al primo posto come paese più sedentario in Europa, ma nonostante ciò il calcio rappresenta lo sport più praticato e più seguito: possiamo affermare che il 50% degli italiani è interessato al fenomeno calcio.

La pratica di tale disciplina è regolamentata dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) la quale promuove e disciplina tale sport; il numero di partecipanti è comunque nettamente superiore rispetto ai singoli tesserati Figc in quanto si gioca a calcio anche al di fuori della federazione.

Pertanto questa vasta diffusione, aggiunta alla grande risonanza mediatica che il calcio ha, fa si che sono sempre di più e fin da piccolini le persone che si avvicinano alla pratica sportiva nelle scuole calcio e nei settori giovanili.

In riferimento alla partecipazione attiva del giovane all’interno di una società calcistica ci poniamo sempre una domanda iniziale: qual è l’obiettivo primario di un settore giovanile? Formare o vincere?                                     

Ci chiediamo se dare più importanza al contesto formativo e quindi, legato alla crescita del giocatore? Oppure al risultato sportivo e quindi alla vittoria (o sconfitta) della squadra con la quale si gioca?

Ma cosa intendiamo con il termine ‘formare’? In che modo possiamo e, forse, dobbiamo aiutare a crescere il giovane che si affida al nostro settore giovanile?

La FIGC che stabilisce le linee guida per le società e le associazioni per la pratica del giuoco del calcio dichiara che il giovane calciatore debba essere formato per poter poi giocare in prima squadra. Il settore tecnico distingue gli aspetti sul quale andare a lavorare in fisico-atletico, tecnico-coordinativo, tattico-strategico e psicologico.

Riuscire a formare l’atleta facendolo esordire e poi giocare nella propria prima squadra tenderebbe a valorizzare sia il singolo calciatore sia la società nel quale egli è cresciuto, la quale attraverso un programma chiaro e ben definito è riuscita a coltivare il talento del calciatore.

In base a queste linee guida, quali sono gli obiettivi delle società calcistiche dilettantistiche e professionistiche in Italia? Quanti giovani arrivano poi effettivamente a giocare in prima squadra?

 

Al fine di poter comprendere bene il tutto è bene chiarire cosa si intende per calciatore professionista:

“L’attività sportiva, in questo caso quella calcistica, comprende i dilettanti ossia «tutti i tesserati che svolgono attività sportiva a titolo agonistico, non agonistico, amatoriale, ludico motorio o quale impiego del tempo libero, con l’esclusione di quelli che vengono definiti professionisti» La legge n. 91/1981 stabilisce che sono professionisti gli atleti, gli allenatori e i dirigenti che svolgono l'attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità e attribuisce la qualificazione dell'attività sportiva, quale professionistica o dilettantistica, ad una scelta discrezionale delle federazioni.       “          

 Risulta chiaro quindi come il professionismo che dovrebbe garantire una continuità lavorativa ed una retribuzione certa, paragonando quindi il calciatore ad un qualsiasi lavoratore, non sia ben definita e comunque non rappresenti una certezza.

Il calciatore professionista in Italia è colui che milita in uno dei tre campionati di vertice: Lega di serie A, Lega di Serie B e Lega Pro.

Si può notare da una prima analisi del CIES come il rapporto abitanti-calciatori professionisti tra le principali leghe professionistiche europee (Francia, Germania, Spagna, Inghilterra e Italia) abbia percentuali prossime allo zero.                                                  

L’Italia ha la percentuale di calciatori professionisti più alta tra i paesi presi in considerazione ed è rappresentata dallo 0,005% dove 1 abitante su 23969 è un calciatore pro.

Se consideriamo i soli calciatori del campionato di vertice (in Italia Lega di Serie A) laddove il calciatore teoricamente nella quasi totalità dei casi dovrebbe svolgere solo questa professione, con profitti medio/alti, sia ancora più bassa.

In Italia 1 abitante su 110145 milita in Serie A. In Spagna c’è il rapporto più basso: 0,001%

Un'ulteriore analisi relativa i calciatori club – trained (Fonte CIES) mostra le percentuali di calciatori che sono cresciuti nel proprio club con permanenza minima di tre anni. In base all’analisi delle squadre partecipanti a 31 campionati diversi nel periodo 2010/2015 si nota come tale percentuale sia diminuita costantemente (è scesa dal 23,15 al 19,7%).

La Liga (Spagna) è l’unico campionato di vertice ad avere una percentuale di calciatori club-trained al 20% e comunque in calo. Per quanto riguarda l’Italia la percentuale di calciatori cresciuti nel proprio club in Serie A è 8.52%.

Vi è un'ulteriore statistica di club-coaching relativa alla percentuale di calciatori che hanno firmato un contratto da professionista nel club che li ha lanciati e che ora militano nella massima seria: L’Italia ha la media più bassa: 28.8%

Dato alquanto preoccupante in quanto Inter e Juve nonostante dominino Viareggio che rappresenta la più importante competizione a livello giovanile facendo ipotizzare che ci siano giovani formati e pronti per il salto in prima squadra effettivamente poi non danno loro la possibilità di giocare o comunque concedono un minutaggio irrisorio.

 Ciò fa pensare che ci siano comunque altri interessi legati al giovane ed al suo impiego all’interno delle dinamiche societarie: sono utili per il bilancio e quindi come contropartite nel calciomercato.

È questo il ruolo del giovane calciatore formato all’interno di un settore giovanile?

Abbiamo constatato come la percentuale di calciatori professionisti in Italia ed in particolar modo coloro che militano in Serie A sia bassissima, abbiamo anche visto come coloro che firmano un contratto da professionista rappresentano un dato basso e comunque il minore tra le top europee, abbiamo visto come i giovani cresciuti all’interno del settore giovanile di una squadra pro e che ci permangono per abbastanza tempo sia alquanto bassa sia per diversi interessi societari sia per mancanza di progettualità e di investimento nel vivaio che viene considerato un costo e non un investimento preferendo quindi di puntare sugli stranieri considerati già maturi.

 E quindi?

Cosa deve fare un settore giovanile? Bisogna formare un calciatore oppure una persona? Quale priorità avere?

Mariano Angelico

(Master SBS in Strategie per il Business dello sport, Laureato in scienze motorie indirizzo calcio, Allenatore abilitato Figc, Master AICS in Fitness, attualmente istruttore attività di base Fc Union Pro 1928)

segui la sua pagina Facebook 

https://www.facebook.com/lavitainunpallone/

Cerca nel blog

Ti potrebbe interessare: