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Chi era Gigi Radice

19 Marzo 2019

Il 7 dicembre del 2018 si è spento Gigi Radice, per i meno giovani, per i nostalgici di un calcio passato, quello degli anni 70 e 80, delle partite tutte di domenica pomeriggio, è stato un colpo al cuore, un tutto nei ricordi giovanili, soprattutto per i tifosi granata Gigi Radice rappresenta un sogno diventato realtà. Per i giovani appassionati di calcio la notizia è passata quasi in secondo piano, questo articolo è soprattutto per loro per raccontare chi è, e cosa ha fatto Gigi Radice, il sergente di ferro del calcio italiano.

Gigi Radice era un uomo tutto di un pezzo, come si direbbe oggi “Hombre Vertical” come viene soprannominato Hector Cuper che gli somiglia nei modi e a tratti fisicamente; un uomo perfettamente composto questo era Radice, mai un capello fuori posto, elegante nel vestire, serio e pacato che gli valse il soprannome di sergente di ferro.

Era nato in Brianza nel 1935, ha avuto una vita e una carriera fatta di successi e insuccessi, di trionfi ma anche di tanti avvenimenti sfortunati, ma lui con grande forza e spirito d’animo è sempre rinato ogni volta,.

La prima sfida da superare con un destino beffardo fu quando un infortunio alle ginocchia gli fece terminare di giocar a soli 27 anni quando era all’apice della carriera, e giocava terzino sinistro nel Milan di Nereo Rocco cun aveva vinto già tre scudetti e la Coppa dei Campioni del 1963 a Wembley collezionatndo qualche presenza in nazionale,-

Egli supera questo ostacolo senza abbattersi iniziando una nuova carriera quella di allenatore.

La sua prima squadra arriva quasi per caso, il cognato voleva acquistare un appartamento ed il destino volle che il costruttore che vendeva l’appartamento fosse da poco vice presidente del Monza appena retrocesso dalla Serie B alla serie C,: quell’incontro segui da apripista per affidare la panchina proprio a Gigi Radice-

E fu subito un successo , al primo Radice tentativo riporta subito i brianzoli in Serie B, inquella squadra due calciatori che saranno fondamentali per il suo futuro, Sala e il portiere Luciano Castellini, detto il Giaguaro .

Radice sogna di allenare una squadra di “Seria A” e la massima serie la conquista da solo sul campo, quando nella stagione 71/72, porta il Cesena ad una storica promozione in Seria A.

Poi passa ad allenare la Fiorentina e conquista un sesto posto, lascia Firenze con un contratto pronto per il rinnovo per incomprensioni con la dirigenza viola (non sarà l’unica volta a Firenze), il motivo scatenante fu perché la società voleva affidargli come direttore tecnico Nereo Rocco come una sorte di supervisore.

Rimane a spasso per un breve periodo, fino a quando non subentra a campionato iniziato, sedendosi sulla panchina del Cagliare in difficoltà, solo sei punti in nove giornate, a fine campionato sarà salvezza, la società gli chiede di restare ma lui ambizioso vuole provare a vincere qualcosa, e sa in cuore suo che il Torino che gli offre la panchina è la squadra giusta per provarci.

Con il Toro è amore a prima vista, il colore granata gli entra nella pelle, tra lui e il popolo granata è empatia pura, «Il granata non è un colore, è uno stato d’animo, un modo di essere. Può sbiadire un modo di essere, quando si è proprio così?».

IL Torino che viene da anni di insuccessi e tragedie, Superga, la morte di Gigi Meroni, cerca un riscatto con il destino proprio come Radice, e per questo sembrano fatti per stare insieme, prende il posto di Edmondo Fabbri e la stagione 1975/76, sembra quella giusta per sognare.

Il Torino quella stagione applica un calcio diverso da quello praticato in Italia, in Europa; in quel periodo inizio anni 70, nascono nuove scuole di pensiero calcistico come il “calcio totale” dell’Ajax di Michels e Kovac o la Dinamo Kiev di Lobanosky basato sul pressing a zona e fuorigioco.

Radice rimase affascinato da questi nuovi concetti èe diventa il primo ad attuarli in Italia. Dichiarerà Radice:“Siamo stati i primi a fare pressing. Molto movimento senza palla, il dai e vai in velocità. Quel Toro era una squadra moderna, che s’ispirava con metodo e chiarezza alla scuola olandese. Il modello era l’Ajax, il calcio totale, nuova luce e visione in Europa. Quel calcio mi ha affascinato subito. Già a Cesena cercavo, diciamo pure con buoni risultati, di portare in campo quelle concezioni. Oddio, è rischioso, non è facile applicare il fuorigioco, far scattare i meccanismi giusti. Ma è molto attraente e riempie di gioia.”

E’ su questa nuova idea di calcio che Radice è pronto a sfidare le grandi nella stagione 75/76, ha una squadra adatta a mettere in pratica il suo pressing a tutto campo, con calciatori disposti al sacrificio, il modulo adoperato era un 4-4-2 flessibile, dove il capitano era Claudio Sala, in porta giocava il Giaguaro Luciano Castellini, poi il talento di Eraldo Pecci, Renato Zaccarelli, e la super coppia di attaccanti Felice Pulici e Ciccio Graziani, i gemelli del gol.

 

 

Il campionato inizia con la Juventus, grande favorita, che subito prende il largo e diventa campione d’inverno con tre punti sui granata, , a fine febbraio le lunghezze diventano cinque.

Il campionato sembra quasi finito in quanto la vittoria valeva ancora solo 2 punti.

Ma il Toro non molla, è una squadra destinata a entrare nella leggenda, vince il derby e riapre il campionato.

Il sorpasso arriva una settimana dopo con il 2-1 al Milan mentre la Juve cade nel derby d’Italia con l’Inter. Il 16 maggio 1976, è in programma l’ultima giornata di campionato, con un finale al cardiopalma, con un solo punto di vantaggio sui bianconeri impegnati a Perugia, il Torino gioca in casa con il Cesena.

I granata, vanno in vantaggio con Pulici e sembra fatta ma un gol di Mozzini regala il pari. La vittoria della Juve porterebbe tutti ad un drammatico spareggio ma il compianto Renato Curi regala la vittoria al Perugia è lo scudetto al Torino, il primo dopo la tragedia di Superga, l’ultimo fino ad ora nella storia del Torino.

A quarantuno anni, Gigi Radice è campione d’Italia, ha realizzato il suo sogno, entra nella leggendaria storia granata per non uscirne più.

Nei tre campionati successivi il Toro rimane nelle zone altissime della classifica, senza però bissare il titolo del ’76.

Come spesso è accaduto nella storia granata che a momenti belli, seguono tragedie inspiegabili, come una sorte di maledizione che non finisce di perseguitare il club granata, succede anche per Gigi Radice questo assurdo destino ha una data 22 aprile 1979, l’allenatore e in macchina con suo amico e fidato collaboratore, Paolo Barison, diretti verso Torino per andare a svolgere l’allenamento al Filadelfia quando la 130 coupé di Radice è coinvolta in un terribile incidente, contro un autotreno che trasporta vetture, la macchina viene schiacciata dal rimorchio e prende fuoco, Radice si salva perché viene sbalzato fuori dall’abitacolo e arriva in condizioni critiche all’ospedale di Imperia, si salva dopo ore di agonia con ginocchio e mano fratturati e diverse lesioni, ma Barison invece no, rimane intrappolato e subisce una morte atroce, rimanendo carbonizzato nel veicolo.

Radice chiede a tutti di Barison una volta ripresa conoscenza, é la moglie Nerina a dargli la brutta notizia dopo averglielo nascosto per giorni.

Si riprende a fatica, quando è pronto torna in panchina, ma subisce un altro colpo difficile da digerire, nella stagione 1979-80 dopo un inizio difficile viene esonerato, lasciando il Torino in una brutta posizione di classifica.

Ritorna in panchina dopo un anno accettando la panchina del Bologna appena travolto dallo scandalo del Totonero e per questo motivo gli emiliani partono con cinque punti di penalizzazione, chiude il campionato con bel settimo posto, arrivando in semifinale di Coppa Italia.

Ritorna al Milan dopo esserci già stato da giocatore, ma è un Milan diverso dal passato, coinvolto nel calcio scommesse è andato in Serie B, quando arriva Radice è una neopromossa e deve rifondare per tornare grande, il campionato non inizia bene, i risultati negativi condannano Radice, il presidente Farina lo esonera con la squadra penultima in classifica e soli dodici punti raccolti in sedici giornate.

L’anno dopo accetta la chiamata in corso del Bari, in piena lotta per non retrocedere dalla B alla C impresa che pero’ non gli riesce .

Ritorna a Milano ma sull’altra sponda del Naviglio quella nerazzurra, arriva la chiamata dell’Inter, un po’a sorpresa, in nerazzurro rimane per una sola stagione per poi ritornare al Torino, ancora una volta il cuore non si comanda.

La stagione 84/85, il Torino sotto la guida di Radice e trascinato dal brasiliano Leo Junior non più nel ruolo di terzino ma nel inedito ruolo di regista davanti la difesa e con Beppe Dossena e un giovane Aldo Serena sfiora l’impresa quella di vincere ancora lo scudetto, lotta testa a testa con il Verona e arrendendosi solamente alla fine alla sorprendete squadra di Bagnoli.

A Torino resta quattro anni, lancia tanti giovani, e finisce ancora in malo modo, venendo esonerato nel dicembre 1988, dopo sole nove giornate, con la squadra nella zona calda della classifica.

Viene sostituito prima da Claudio Sala e poi da Sergio Vatta ma a fine stagione il Torino retrocede clamorosamente.

Dopo l’esonero iniziano i dibattiti, secondo i critici Radice è un allenatore addirittura superato, la sua zona, innovativa dieci anni prima, sembra superata e all’orizzonte c’è una nuova generazione di tecnici. ma Radice ha ancora qualche colpo in canna.

Nella stagione 89/90 va ad allenare la Roma anche se sembra essere solo un ripiego, il presidente giallorosso Dino Viola aveva un accordo con Ottavio Bianchi, ma era ancora sotto contratto con il Napoli per una stagione e non si riesce a liberare, quindi Radice viene scelto solo per una stagione prima di far posto a Bianchi.

I tifosi, all’inizio, non approvano il suo arrivo, sanno che è una decisione presa per tamponare una falla, ma lui si getta nella nuova avventura con una grande passione, nasce una bella Roma, vicinissima al cuore della gente , le partite le giocano tutta la stagione allo stadio Flaminio perché lo stadio Olimpico ci sono i lavori in vista di Italia 90, il ruggito del pubblico trascina la squadra, ad ogni partita e i tifosi piano piano si innamorano di Radice, trascinati da Desideri e Rud Voeller che giocano una stagione spettacolare come tutta la squadra.

I tifosi a fine stagione vogliono che Radice resti, gli dedicano striscioni, e cori continui, anche lui vuole restare, si illude, rifiuta la Fiorentina che vira su Lazaroni ma alla fine Viola sceglie Bianchi. È un legame forte, quello che si crea tra Gigi e la Roma. che a distanza di anni ancora viene ricordato con affetto. Dopo Roma va al Bologna arrivando a campionato in corso al posto di Scoglio, ma non ci riesce a salvare gli emiliani.

Accetta finalmente la corte della Fiorentina, ritorna 18 anni dopo la prima volta, Radice trova in squadra il primissimo Batistuta italiano in una stagione iniziata soltanto dalla sesta giornata, subentrando proprio a Lazaroni.

Il campionato 1992-93 parte bene, batte la Juventus e a fine ’92 la viola è seconda, in coabitazione con Torino e Inter.

Perde la prima partita del 1993 con l’Atalanta al termine di una partita dominata squel che embra solo un incidente di percorso, fa succedere qualcosa di incredibile e inaspettato Vittorio Cecchi Gori esonera Radice davanti ai giornalisti, nello stupore generale e per la cronaca i viola senza Radice retrocedono in Serie B a fine campionato.

Cagliari e Genoa sono le ultime due parentesi prima di finire la carriera, dove tutto era iniziato, al Monza che lui riporta dalla Serie C alla B. qui arriva anche l’ultimo esonero in carriera.

 Dopo Radice esce lentamente dal calcio non si vede e non si sente parlare più di lui, si viene a conoscenza nel 2015 che il sergente di ferro è ammalato da tempo, colpito dall’Alzheimer che a poco a poco gli ha cancellato i ricordi più belli e la lucidità, fino alla terribile notizia di pochi mesi fa. questo era Gigi Radice un uomo perbene che potevi incontrare al bar e scambiarci qualche parole e agli allenatori che incontrava amava ripetere spesso, “l’importante e fare calcio a qualsiasi livello”.

 

Raffaele Frolli


 

 


 


 

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