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A tu per tu con Amedeo Cassia, allenatore dell'Upc Tavagnacco

26 Maggio 2017

Ai microfoni di CalcioScout abbiamo avuto il piacere di fare due chiacchiere con Amedeo Cassia, allenatore dell'Upc Tavagnacco, squadra femminile di Serie A. Cassia, che ha alle spalle una lunga carriera tra settore giovanile e prime squadre, ci ha raccontato il suo modo di vedere il calcio e come è stato il passaggio dal calcio maschile a quello femminile.

Buongiorno, si presenti ai nostri lettori Mi chiamo Amedeo Cassia e abito a Cervignano del Friuli. La mia attività calcistica come calciatore si è conclusa molto presto all’età di 21 anni (ero centrocampista),  a causa di un grave infortunio al ginocchio destro. Ero in Serie C2 e da lì sono iniziate le mie peripezie che mi portarono, nel giro di un paio d’anni, a smettere completamente di giocare. Per sette anni non ne ho voluto sapere più nulla del calcio giocato, finché un giorno mi contattò un dirigente dell’Udinese e mi chiese se volessi iniziare ad allenare nei settori giovanili dilettantistici. Così, a 29 anni, intrapresi questa nuova strada che mi affascinò fin da subito.

Quando ha capito che il calcio sarebbe diventata la sua professione? Non saprei dare una risposta precisa a questa domanda. So solo che a questa professione ho dedicato anima e corpo studiando moltissimo e ricercando nel corso degli anni metodologie nuove per mettere i ragazzi nelle condizioni di esprimersi sempre al meglio. Sicuramente chi mi ha fatto conoscere anche all’estero sono stati i primi due libri che ho scritto. Il primo “Lo smarcamento” e il secondo, con annesso un Dvd, “La transizione offensiva”. Anni fa, inoltre, scrivevo per una nota rivista francese www.entraineurdefoot.com e ciò mi permise di farmi conoscere anche presso alcune società francesi della Ligue 1 e in particolare una di queste mi invitò a proporre nel proprio settore giovanile la mia nuova metodologia. Per me fu un momento difficile, perché ad un certo punto mi proposero di trasferirmi, ma non me la sentii di lasciare la famiglia per trasferirmi in Francia….. Questo tipo di “scelte” sono state per me sempre una contraddizione di fondo, che mi hanno attanagliato nel mio percorso sportivo.

Ha lavorato molto nei settori giovanili. Secondo lei, i giovani oggi sono diversi dai giovani di vent’anni fa? La scuola del nostro è un Paese che, a differenza di quelle di altri Paesi europei, dedica poco spazio alle attività motorie, soprattutto nel primo ciclo di studi. In più, se a questo aggiungiamo la sedentarietà dei giovani, il gioco è fatto. Secondo me l’aspetto fondamentale nello sport, almeno fino ad una certa età, è rappresentato da una solida coordinazione motoria e quindi, senza questa prerogativa, difficilmente si potrà svolgere in modo funzionale lo sport. Sono anche dell’idea che specializzarsi già all’età di 6 -7- 8 anni in un qualsiasi sport non abbia senso. Le faccio un esempio: i giovani della mia generazione difficilmente hanno praticato quella che oggi è la categoria “pulcini” o “esordienti, perché la nostra palestra di vita era la strada. Ho amici che hanno giocato in Serie A o in Serie B, iniziando a giocare a calcio in una società sportiva dilettantistica solamente all’età di 13-14 anni, un po’ come il sottoscritto. E tutti questi giocatori avrebbero potuto fare molto bene anche in altri sport e sapete perché? Perché avevano acquisito una solida coordinazione motoria negli anni trascorsi per le strade o nei campetti degli oratori. La differenza secondo me sta proprio in questo: troppo poche le ore dedicate dalla scuola e contemporaneamente le ore dedicate alla pratica sportiva. In sintesi “la risposta motoria” dei ragazzi di 20-30 anni fa era sicuramente più veloce dei ragazzi di adesso e in una pratica sportiva, come pure nella vita, arrivare prima dell’altro è fondamentale… Ecco quindi che le metodologie di lavoro devono tener conto innanzitutto di questo fattore, che per me è determinante e sta alla base di tutti gli altri fattori. Sicuramente sono cambiate molte cose nella vita di un ragazzo, ma l’imprevedibilità è una parola che non rientra più nel bagaglio di un ragazzo d’oggi. E’ già tutto prestabilito a priori: le giornate sono tutte uguali, la vita è una “routine” continua che si perpetra giornalmente. Per cui il nostro compito deve essere anche quello di far scoprire ai nostri ragazzi l’imprevedibilità negli allenamenti, per far in modo che quando affronteranno le partite abbiano gli strumenti per far fronte alle difficoltà che la partita stessa  inevitabilmente produrrà.

Crede che ci sia una crisi tecnica nel calcio italiano? Credo che questa sia una domanda che si ricollega a ciò che ho detto precedentemente e cioè che fare l’allenatore oggi sia molto difficile perché devi essere molto, ma molto preparato. Non sono sufficienti le solite esercitazioni stereotipate ma è necessario ricercare metodologie di lavoro che consentano di sviluppare quelle prerogative accennate precedentemente. Un ulteriore aspetto da tener conto è rappresentato da un lavoro che per me è molto importante e che riguarda l’aspetto cognitivo. Questa è una delle mie teorie: minore è il tempo dedicato all’allenamento, maggiore deve essere la qualità delle proposte utilizzate dall’allenatore  sul campo

Com’è stato il passaggio da settore giovanile alla prima squadra? Questo è un argomento su cui la Figc calcio dovrebbe porre maggior attenzione. Mi spiego. Un allenatore secondo me per poter allenare in una prima squadra dovrebbe aver allenato almeno per un paio di stagioni in un settore giovanile. E questo vale soprattutto per i dilettanti. Ritengo che se uno non ha acquisito almeno un po’ di competenze, non possa allenare in una prima squadra… Troppe volte, infatti, vedo ex giocatori proiettati in una prima squadra senza cognizione di causa e questo per esempio è uno dei motivi per cui il calcio oggi fa fatica a crescere in Italia. Ogni passaggio deve avvenire in modo graduale, seguendo un percorso prestabilito di crescita calcistica, ma soprattutto di conoscenze in termini di vera didattica. Anche perché le uniche certezze che un allenatore ha sono le proprie competenze, per cui non si possono buttare allo sbaraglio alcuni personaggi, che farebbero che fare del male, oltre che a se stessi, alla propria squadra e in particolare a quei giovani di prospettiva che potrebbero avere un “futuro”.

E il salto dal calcio maschile a quello femminile? Devo essere sincero: è stata una sorpresa positiva. Ero in attesa di andare ad allenare negli Emirati Arabi, in seguito ad una proposta giuntami da un mio conoscente, quando nei primi giorni di aprile di un anno fa, mi giunse questa opportunità di allenare nel femminile. Onestamente, all’inizio ero un po’ scettico, ma dovetti ricredermi immediatamente, perché mi accorsi ben presto, col trascorrere del tempo, che anche le donne sanno giocare al calcio e, per di più, che alcune di loro sono veramente di ottimo livello.

Quando è stato contattato dal Tavagnacco, ha accettato subito? Ci pensai un po’, appunto, perché come ero scettico, ma mi sono dovuto ben presto ricredere e, col senno di poi, devo dire che sono ben felice di aver fatto questa scelta.

Cosa può dirci sulla prossima stagione? In questo momento non posso dire nulla, anche se il Tavagnacco mi ha già chiesto molte volte se volevo proseguire con loro questa esperienza anche il prossimo anno. E’ stata per me una annata positiva sotto tutti i punti di vista e nonostante i molti infortuni gravi accorsi alle ragazze, ci siamo posizionati al sesto posto. Essendo un ambizioso, valuterò alcune proposte sempre nel calcio femminile da parte di società straniere, ma è chiaro le prime a sapere quale sarà la mia scelta, saranno proprio le ragazze. Ho un bellissimo rapporto con la squadra, in particolare con il gruppo delle più esperte, le quali, tra l’altro, si aspettano e si augurano che il mio rapporto sportivo professionale prosegua con il Tavagnacco anche il prossimo anno.

Che tipo di allenatore è? Mi piace lavorare molto sotto il profilo tecnico-tattico, in particolare mi piace lavorare sull’aspetto cognitivo, perché ritengo che il cervello debba essere costantemente e progressivamente messo sotto pressione, per poter far raggiungere al giocatore/trice, con il passare del tempo, i giusti equilibri psicofisici nell’esecuzione delle varie fasi di gioco. Per fare tutto questo, in particolare con il gruppo di quest’anno, mi sono avvalso di metodologie nuove, alcune delle quali sono già all’interno di un mio volume che dovrebbe uscire in Francia nei prossimi mesi.

Come giudica il movimento calcio femminile in Italia? Sicuramente la Fiorentina quest’anno ha dato inizio a un nuovo percorso e sembra che anche il Sassuolo e l’Empoli l’abbiano imitata. Credo che solamente nei prossimi due anni capiremo se il calcio femminile avrà definitivamente intrapreso quella strada che già molte società straniere stanno percorrendo. Se ciò avverrà, ritengo che il livello tecnico-tattico aumenterà a dismisura, perché in questo momento manca soprattutto una struttura competente che segua le tante brave ragazze che ci sono in Italia. Dopotutto, maggior professionalità uguale maggiore qualità.

Andrea Bonso
@abonstweet

 

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